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	<title>Giovanni Di Iacovo &#187; Leggi un racconto</title>
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	<description>Sito ufficioso di Giovanni Di Iacovo</description>
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		<title>SIAM TRE PICCOLI NEOANIMISTI</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:19:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ilvescovo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggi un racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Che la materia pensi, è un fatto. Giacomo Leopardi IL MIO PRIMO AMORE. C’erano una volta i suoi testicoli, che si ridussero alle dimensioni di due arachidi. Il suo piede crebbe dal 41 al 47. Steroidi e fiale di Halotestin e di nuovo altri steroidi. Comprò dei teschi di scimmie appena morte dallo zoo e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p><em>Che la materia pensi, è un fatto.</em><br />
Giacomo Leopardi</p>
<p>IL MIO PRIMO AMORE.</p>
<p>C’erano una volta i suoi testicoli, che si ridussero alle dimensioni di due arachidi. Il suo piede crebbe dal 41 al 47. Steroidi e fiale di Halotestin e di nuovo altri steroidi. Comprò dei teschi di scimmie appena morte dallo zoo e bevve ormoni della crescita dal loro cranio. Si iniettò anabolizzanti alla base collo tentando di beccare direttamente la ghiandola della tiroide. La pressione sanguigna era sempre in orbita, al punto che ormai perdeva sangue dal naso anche durante il sonno. La sua urina divenne scura e densa sotto l’immenso sforzo del fegato nel tentare di liberarsi da quella mole di tossine. Ogni mattina aveva bisogno di almeno di tre linee di speed per riuscire ad alzarsi dal letto e andare al lavoro alla Rehnskiöld-Damm. Per addormentarsi doveva versarsi in gola quindici gocce di Ipnox.<br />
Era violento, depresso e paranoico.<br />
Però era grosso.<br />
Grande e grosso e pronto per il XII contest di bodybuilding di Goteborg.<br />
&#8211; Se faccio primo o secondo ti sposo – mi disse – forse pure se faccio terzo. Però, se io perdo e Karl vince, be’ allora meglio che scappi.<br />
Morì tre giorni prima del contest per arresto cardiaco. Viveva con l’anziano padre cui il diabete aveva danneggiato l’olfatto. Si accorse quindi del cadavere del figlio undici giorni dopo che era morto e mi annunciò la tragedia telefonicamente dicendomi:<br />
&#8211; Ed ora, dopo tutte le botte che questo cane m’ha dato, devo pure pagargli una bara extralarge.<br />
Aveva ventitre anni, si chiamava Ezekiel. Io ne avevo quindici, portavo l’apparecchio e avevo il cuore spezzato. Giurai a me stessa che non avrei mai più amato nessun altro in vita mia. E invece. Ma ti interessa quello che dico? Deve interessarti. Sei nuova di qui, devi affezionarti alle detenute, sennò finisci come Elda. A me spiace che si sia suicidata, ma immagino che lavorare qui dentro non sia una cosa semplice. A me hanno raccontato che si è suicidata con una serie di iniezioni di isobutano che la madre usava per rendere più liscia la pelle dei suoi cani che partecipavano alle sfilate. Secondo te è vero o è una maldicenza? Tu che sei cosi carina, sei troppi carina per noi assassine. Hai degli orecchini belli belli… che cosa raffigurano, un serpentello? Quasi mi dispiace che sia toccato a te venire a lavorare qui. Ti rovinerai, lo sai? Quel tuo bel sorriso colmo di fiducia, buono, sincero, si macchierà e storcerà come quello Elda. Comunque me lo aspettavo che mi avresti mandata a chiamare. Dopo che l’ennesimo test psicologico ha attestato che sono sanissima di mente ti sarai chiesta: ma se allora questa non è pazza, perché dorme nuda sul pavimento con la testa appoggiata al muro sud? Avrai pensato che lo faccio per protesta, per ribellione, oppure per depressione, visto che mi rifiuto anche di andare a fare l’ora d’aria. Guarda, credimi. Non sono mai stata cosi lontana dall’essere depressa o dall’aver voglia di ribellarmi in vita mia. Elda lo sapeva perché dormivo nuda sul pavimento con la testa appoggiata alla parete sud. Tu sei mai stata innamorata? Be’, io sono innamoratissima e, te lo garantisco, anche pienamente corrisposta. Non scendo in cortile semplicemente perché è un mio diritto starmene per i fatti miei. Ora che ho trovato l’amore, non lo voglio lasciare neanche per un istante. Elda lo sapeva che ero innamorata perché le ho detto: Eldina cara se mi sfrattate dal carcere io ucciderò di nuovo. Ma mica perché io abbia questo desiderio incurabile di ammazzare la gente tipo Hannibal tipo quelli pazzi dei film. A dir la verità non ho proprio nessuna voglia di ammazzare nessuno, sto tanto bella, contenta e in pace così. Però se mi sfrattate uccido il primo che vedo appena fuori dalle mura, cosi mi rimettono dentro all’istante e torno nella mia cella prima che ci traslochi qualcun’altra. Tutto pur di non passare neanche un solo giorno separata dal mio amore. Ma tu non mi conosci come mi conosceva Elda, io ti parlo e tu invece che ascoltarmi e cercare di capirmi ti segni solo le cose che ti paiono strane per capire cosa mi passa per la testa. Va bene. Ora ti spiego perché dormo nuda in terra con la testa appoggiata alla parete sud. Però ora devi poggiare la pennina da maestrina e guardarmi negli occhi e ascoltarmi bene perché tu sei nuova di qui e non mi conosci e tu devi conoscere l’orrore che si cela dietro gli scarni dati di ogni nostra cartellina. Perché qui dentro dovrai guadagnarteli i soldini per gli orecchini a serpentello…</p>
<p>IL MIO GRANDE AMORE.</p>
<p>Mi chiamo Lani Berlinermauer. Ber-li-ner-ma-uer, capito? Correggi dopo, ora ascoltami. Sono nata il 20 marzo 1974 in un paesino chiamato Jukksjarvi nel nord della Svezia. Vicino Uruna, per intenderci. No non è la città dell’albergo di ghiaccio, quella è Kiruna. Ora… aspetta…ecco. Tienile. Guarda. Quello che vedi in questa foto qui è mio marito. É una celebrità, non dirmi che non lo riconosci. Questa foto risale a quando era all’apice del successo. Quando tutto il mondo lo odiava e gli attribuiva colpe mostruose. Eppure lui non ha mai fatto nulla di male, serpentella mia. Lui è buono. Credi a me che l’ho amato disperatamente per così tanti anni. Mutilarlo in quel modo. Mi è difficile continuare a credere in Dio dopo che ho visto uno scempio del genere. Ora è in pensione, cos’altro potrebbe fare ridotto in quelle condizioni? Ma io preferisco ricordarlo cosi, in questa foto, quando era ancora in servizio. È bello, non trovi? Terribilmente bello e sexy.<br />
Lo immaginavo. In queste foto ti sembra che non ci sia nessuno. Guarda meglio. Due indizi: non è un uomo minuscolo e non è invisibile. No, non è neanche dietro al muro. É alto 3,6 metri quel muro, anche se fosse là dietro non lo vedresti mica. Serpentella bella, non aggrottarti troppo. Quello che vedi nella foto è esattamente mio marito: il Muro di Berlino.<br />
Ho sposato il Muro di Berlino.<br />
Ma non pensare che io sia comunista o che abbia simbolicamente amato quel muro come icona di qualcosa o bla bla bla.<br />
Il nostro amore non aveva nulla di simbolico.<br />
Le ragioni del nostro amore erano limpide, classiche. Forse anche un po’ adolescenziali.<br />
Mio padre era il proprietario della Rehnskiöld-Damm e neanche nel tempo libero la sua mente abbandonava il mondo delle costruzioni, al punto tale che per hobby realizzava dei modelli in scala ridottissima dei muri più importanti della storia. Nel giardino della nostra casa, al numero 86 di Liljeholmsstranden, avevamo una versione ridotta del Vallo di Adriano che, mentre anticamente segnava il confine tra la provincia romana della Britannia e l’attuale Scozia, da noi segnava il confine tra gli alberi di nespole e il fazzoletto di erba cipollina. Poi aveva realizzato un piccolo muro di Costantinopoli, solo che invece di proteggere la capitale bizantina circondava la piccola piscina che papà aveva costruito per me e mio fratello. Poi abbiamo la storica barriera Israeli West Bank, costruita da Israele in Cisgiordania allo scopo d’impedire fisicamente l’intrufolarsi dei palestinesi. Di solito mia madre ci posizionava il barbecue mentre oggi c’è una piccola panchina. Si, la famosa panchina di cui si parla in quel dossier su di me che sta sotto al tuo posacenere. Quella panchina la comprò Tille, il giardiniere. Era un simpatico ometto di Hiderabad, nel nord del Pakistan. Trascorse ingiustamente otto anni in galera perché era orfano, l’avvocato morì e nessuno avvertì il piccolo penitenziario di quello sperduto paesino che Tille aveva vinto il ricorso, era stato dichiarato innocente e quindi poteva andarsene. In ogni caso, tra tutti quei muri nel nostro giardino, il mio preferito era senza dubbio il Muro di Berlino. Mio padre me lo faceva riempire di scritte e di disegni con i pennarelli cosi da farlo somigliare ancora di più all’originale. E io mi ci divertivo ore intere a scarabocchiare e colorare quel muro, e mi ci affezionai come a un compagno di giochi, come a un fratellino.<br />
Puoi soffiare il fumo da un’altra parte? Mi da un po’ fastidio, grazie.<br />
La prima volta che vidi il Muro in televisione fu la sera in cui fu mandata in onda la sequenza di quel tale Peter Fechter che tentò di scavalcarlo. Nel filmato lo si vedeva colpito dai soldati mentre era in cima al muro, poi ricadere a terra e poi la lunga sequenza nel quale si vedeva il muro e lui sotto a morire lentamente dissanguato senza che nessuno intervenisse. A me il sangue normalmente fa impressione, ma in quella sequenza i miei occhi puntavano oltre quel corpo. Ero a bocca aperta. Il muretto con cui ho giocato da piccola era la pallida icona di quel possente serpente da 177 kilometri di cemento armato rinforzato, alto 3,6 metri, largo oltre un metro e mezzo. Forte ma silenzioso, solitario, austero come un gigante pensoso. Fiero, invincibile, riusciva a tenere a bada due interi mondi in guerra. Non era stato certo lui a sparare a Fechter ne lui poteva prestargli soccorso. Eppure il mondo lo odiava. Odiava quel Muro. Nessuno lo capiva. Nessuno tranne me. E m’innamorai.<br />
Partii per Berlino circa un mese dopo e, come poggiai le labbra sulle sue possenti ed ampie mura, lui le accolse come se le avesse attese da sempre. Accettò il mio amore, e la nostra storia ebbe inizio.<br />
Avrà pure undici anni più di me, ma il vero amore trascende l’anagrafe.<br />
Ogni volta che il Muro appariva in televisione o sui giornali il mio cuore prendeva a battere all’impazzata e avrei voluto lasciar tutto e correre da lui. Però il viaggio verso la Germania era costoso e, quando era ancora in servizio, il tempo che le guardie mi facevano passare a toccarlo e baciarlo era davvero breve. Inoltre, visto che ho il terrore degli aerei e soffro pure di mal d’auto, possiamo dire che a nessuno dei due piacesse viaggiare.<br />
Tille il giardiniere aveva una ragazza in Cina e spendeva tantissimo per andarla a trovare. Poi scoprì che non era vero che lavorava come cameriera in uno strip-bar di Kunming ma era l’assistente di uno scienziato che acquistava bambini e bambine particolarmente alti e robusti e li incrociava tra loro per ottenere una stirpe di giganti. E allora la lasciò per sempre.<br />
Noi invece ci sposammo il 10 giugno 1985. Da quel giorno ho assunto il cognome di Berlinermauer, cioè Muro di Berlino nella lingua madre di mio marito.<br />
Ora me le ridai le foto? Grazie.<br />
Come ogni coppia sposata, abbiamo avuto momenti felici ma anche difficili. Il nostro amore è riuscito a superare anche la terribile aggressione di cui mio marito fu vittima il 9 novembre 1989, quando folle inferocite lo hanno aggredito e massacrato con rabbia. Io guardavo dalla televisione urlando e piangendo disperata. A me non interessava se quella violenza avesse un significato politico buono o cattivo. Quelle bestie stavano facendo a pezzi mio marito e tutto il mondo si godeva lo spettacolo. Dovevo difenderlo. Scappai alla stazione a prendere il primo treno notturno diretto a sud ma, quando arrivai, lui era già stato brutalmente mutilato e finii per svenire sulle sue ossa spezzate.</p>
<p>LA MIA BRUTTA SORPRESA.</p>
<p>Questa storia che molti trovarono ridicola, mutò in tragedia il 17 giugno di due anni fa.<br />
Quel giorno partii di notte. Era il nostro anniversario di matrimonio, volevo festeggiarlo nel migliore dei modi, fargli capire come a stare con lui io fossi la donna più felice del mondo. Avevo con me della calce e una spatola, roba che avevo preso dalla fabbrica di mio padre, per sistemare alcune parti nella sezione di muro vicino a Honingstrasse, a Friedrichshain.<br />
Un po’ alla volta, ma lo avrei ricostruito.<br />
Bello, forte e fiero come prima.<br />
Avevo inoltre con me una bottiglia di champagne Bollinger che mi avevano regalato al compleanno e due magnifici bicchieri in una apposita scatola nella valigia. Portavo in valigia anche il suo abito preferito, per cambiarmi alla meno peggio nel bagno del treno. Era un vestitino rosso corto ma non troppo con un’esile rosa nera disegnata lungo il fianco. Avevo dei sandali con tacco sottile ma non troppo alto ed avevo frustato il mio parrucchiere per farmi davvero bella che più bella non si poteva. Il parrucchiere poi in realtà era il fratello di Tille. Prima faceva il custode dello zoo di Islamabad ma fu cacciato perché, preso da un raptus di fame chimica, arrostì in una sera due galline tibetane e un’intera pecora del Kashmir. So esattamente cosa preferisce che io indossi e come gli piacciono i miei capelli, e quando lo sento veramente attratto da me la nostra vita sessuale, già comunque buona, ne beneficia moltissimo. Certo che abbiamo un vita sessuale. A volte sono solo carezze, ma carezze date in un certo modo, sussurrando certe cose. Altre volte invece andiamo anche un po’ oltre. Ma non è masturbarsi. Tu ti masturbi con oggetti perché il tuo corpo vuole ricevere del piacere, ma utilizzi oggetti che non ritieni possano ricevere piacere da te. Li usi e basta. Utilizzi giornaletti porno oppure filmati che ti rimandano a donne o uomini con le quali faresti del sesso. Io invece faccio sesso direttamente con l’oggetto in quanto amo e desidero esattamente l’oggetto con cui faccio sesso.<br />
L’amore è sempre l’amore. Può cambiare l’oggetto dell’amore ma l’amore è sempre quello. Forse il mio modo di amare è diverso da tuo, ma non bisogna aver paura di ciò che è diverso.<br />
Certo il nostro matrimonio non può essere definito tradizionale, ma noi delle convenzioni ce ne siamo sempre fregati. E poi chi è a favore delle unioni gay, per coerenza, deve esserlo anche di quelle neo-animiste, e chi si batte contro le torture verso gli animali non può applaudire dinanzi allo scempio che hanno fatto di mio marito.<br />
Anche perché dai, oggi come oggi nessuno ha più dubbi sul fatto che gli oggetti abbiano un’anima. E’ che molti non lo vogliono ammettere per continuare a maltrattarli impunemente. Come quando si riteneva che le donne non avessero un’anima, com’era la frase… “l’uomo ha un corpo, la donna è un corpo”. La razza umana tratta gli oggetti molto male, con lo stesso disprezzo di quando prende a calci un cane o pesta la moglie o sradica un albero, credendosi arrogantemente superiore a tutto il resto. E c’era qualcuno in Germania che si sentiva talmente superiore ad altri da sentirsi in diritto di macellarne milioni. Mio marito non ha chiesto di essere costruito così come un essere umano non chiede di nascere. Ma ritengo che quando una cosa nasce debba comunque avere i suoi diritti, che sia un pesce rosso, un uomo, una pianta di nespole o una porta. Io sono per un’eguaglianza totale di tutto ciò che esiste. Anche perché ormai viviamo più con gli oggetti che con le persone, passiamo più tempo con la tastiera di un PC che con la persona che amiamo, ci affezioniamo più alla nostra macchina che ai nostri genitori.<br />
E vuoi forse farmi credere che non hai mai avvertito il respiro, l’affezione di un oggetto? Oppure la sua paura, la paura di quello che potresti fargli. Guarda questa tastiera del tuo PC. Lavorando avrai chiuso dei documenti senza salvarli no? Eppure appena ti accorgi del lavoro che hai perso guardi per un istante la tastiera e stringi i denti…<br />
… così come quando a Ezekiel andava storto qualcosa e lui sbuffava poi mi guardava e stringeva i pugni…<br />
… l’istante prima che tu sferri con forza un pugno sulla tua tastiera be’ in quell’istante che il tuo sguardo si posa con rabbia sulla tastiera e la mano si contrae a pugno, in quell’istante tu puoi sentire puoi sentirla puoi sentire la tastiera che ha paura, che chiede di non essere picchiata per una colpa che non ha, ti chiede pietà perche è inerme e non potrà mai sfuggire al tuo pugno ed è come se picchiassi un bambino legato…<br />
…o una ragazzina di quindici anni che ti amava da morire, e a cui dispiace se il suo apparecchio ortodontico ti ha ferito il labbro…<br />
… e la tastiera te lo dice, ti trasmette in quell’istante la sua paura, la sua impotenza, la sua non responsabilità ma tu chiudi il pugno e allora la tastiera sa che non ha scampo e spera solo che tu almeno la colpisca con la parte morbida del pugno, quella sotto al mignolo, cosi ti sfoghi, perché se vuoi sfogarti sfogati, picchiami pure ti dice, perche lei accetta tutto da te, perché lei ha vissuto con te ed è stata li umilmente e fedelmente al servizio delle tue ditine per tanti anni e ha condiviso tutto ciò che hai scritto e quindi anche a lei dispiace per quel cazzo di documento word e se tu la colpisci e questo ti sfoga e ti fa bene, ok, fallo pure, ma almeno colpisci con la parte di ciccia del pugno, colpiscila con la parte di ciccia del pugno non con le nocche come Ezekiel faceva con me ogni volta che qualcosa gli andava storto almeno mi avesse colpito con la parte di ciccia del pugno tanto si sfogava lo stesso e tu la guardi la tua tastiera e stringi il pugno ma se liberi per un attimo la mente dal tuo piccolo problema del documento word non salvato puoi sentirla, puoi sentirla la tastiera che ti ama, che t’implora pietà che è disposta a baciare quella mano che la colpirà, purché almeno la colpisca dal lato della ciccia. Ama gli oggetti che usi, devi amare gli oggetti che usi, piccola mia, le tue penne, la tua tastiera, amali perché a volte accompagnano la tua vita più degli uomini pazzi e violenti, più delle amiche egocentriche e invidiose, ama gli oggetti che a volte sopravvivono ai tuoi genitori, che non hanno pretese se non quella di servirti, di esserti utile, di essere usati. In cambio chiedono solo di non essere distrutti, buttati, allontanati al minimo cedimento, alla minima piccola rottura. Io, tastiera che ti ho servito senza fallire per tutti questi anni, prendendo pugni su pugni per ogni documento non salvato, che obbedisco e scrivo senza fiatare, senza scollegarmi, e senza mai aver chiesto, neanche per una volta che tu pulissi gli strati di polvere tra i miei interstizi con la bomboletta d’aria compressa. Tu in cambio non hai mai fatto nulla per me, ma io non te l’ho mai fatto pesare. Mai.<br />
Però almeno non buttarmi via.</p>
<p>Facciamo che quella sigaretta è l’ultima? Davvero, se fumi continuo a distrarmi.</p>
<p>Allora, torniamo a noi. Arrivo all’ora del tramonto nei pressi di Ostbahnof. Fisso per mezzo minuto abbondante il cielo che pare marmo striato di viola, poi tiro un profondo respiro. Tille mi raccontava che se prima di un incontro importante al tramonto non guardi il cielo e tiri un respiro, arriverà un pipistrello a leccarti i bulbi oculari. Come volto per Spicherenstrasse i miei occhi sani e salvi si riempiono della vista del mio amatissimo marito.<br />
Ma c’è un neo.<br />
Una donnetta dal culo basso enorme strozzata in una camicia indaco dai riflessi metallici e una minuscola luccicante borsetta glam a tracollo tiene le mani dietro la schiena e si china in avanti ad appoggiare le labbra sul fianco di mio marito.<br />
Infernali fiamme color sangue mi accecano la vista e mi ritrovo ad aver gettato contro il muro la valigia e a colpire la troia alle tempie di lato con tutta la mia forza e con tutte le mie nocche. La colpisco fortissimo mentre quella era lì con gli occhi chiusi e le labbra incollate a mio marito, la colpisco con una tale forza che le piego pure il fermaglione di metallo che aveva in testa.<br />
Lei si gira e mi urla qualcosa a base di scheiss ma io la colpisco di nuovo in faccia, fortissimo, la becco sulla guancia, poi le prendo i capelli e gliene tiro un altro sulla fronte, ma stavolta non era un gran che di cazzotto perché ero troppo vicina e non potevo dare alle nocche lo slancio del primo pugno. E intanto le urlo in inglese:<br />
&#8211; É mio marito puttana culona, è mio marito! Te le spappolo quelle labbra!<br />
E lei di colpo mi scansa poi si ferma e mi guarda. Un rivolo di sangue scurissimo fa capolino dal suo naso ma si ferma a metà del suo muso un po’ ingrugnito.<br />
&#8211; Ma.. allora sei tu… mio dio, scusami! Ti prego… non picchiarmi più… perdonami.<br />
&#8211; Sono io cosa?<br />
&#8211; Sei sua moglie… allora è vero che è sposato… aveva ragione Lua. Perdonami, perdonami ti prego. Io mi chiamo Mildred e… e non volevo esagerare… ma tu lo sai no – sorride – è il muro più intrigante e sexy del mondo… io normalmente, i muri non li guardo neanche, credimi… quindi figuriamoci quelli sposati… non sono quel genere di donna – balbetta, poi acuisce il tono e strilla, poi strascica le finali… starla a sentire è come avere una papera nel cervello – eppure cazzo io me lo sentivo, ogni volta che mi azzardavo a sfiorarlo con la mano, magari dissimulando il gesto per non imbarazzarlo, mentre passavo la mattina per andare a lavoro o quando tornavo a casa a piedi, come stasera… be’ ogni minimo contatto che avevo con il suo corpo io percepivo che qualcosa non andava. Avvertivo freddezza, distacco. Non-partecipazione. Era come se lui non gradisse fino in fondo le mie attenzioni.<br />
Quasi che volesse scansarsi.<br />
Di certo non poteva non piacergli un pezzo di donna come me, e di conseguenza l’ipotesi più probabile era che avesse un’altra. Ma non potevo restare col dubbio. Dovevo scoprirlo con chiarezza una volta per tutte. Quindi decisi di azzardarmi a baciarlo. Stamattina mi alzo, mi faccio bella, mi preparo, tiro un sospiro e poi mi dico: “be’ su coraggio, proviamoci… non mi picchierà mica!”<br />
&#8211; Ok, ok… – le faccio io notando che non aveva calze e che sulle sue gambotte erano visibili i puntini arrossati dei peli appena rasati – mi spiace averti preso a pugni ma non potevi scegliere giorno peggiore per “azzardarti”. Oggi è il nostro anniversario stellina, e io vivo in Svezia. Quando una donna si fa 32 ore di treno per festeggiare l’anniversario con suo marito non è bello trovargli addosso le labbra di un’altra.<br />
&#8211; Hai ragione… hai ragione… cazzo io ucciderei per una cosa del genere, anzi, tu mi hai fatto anche poco. Io sono mortificata anche perché… non sono single. Sei mai stata sulle rive del fiume Havel, qui vicino? Be io sono fidanzata da due anni e mezzo con quel massiccio ponte di legno. Ma le cose tra me e lui non vanno troppo bene. Tutta quella gente che lo calpesta in continuazione… io voglio un compagno vero, che viva a testa alta. Guardarlo umiliare è umiliante anche per me. Bambini insensibili che ci fanno sgocciolare i gelati sopra, mendicanti che ci pisciano, vecchi che ci sputano. Odio doverlo dire ma non mi sento affatto fiera di lui. Una donna ha bisogno di sentirsi orgogliosa del proprio compagno. E il Muro di Berlino da questo punto di vista è… be’ non devo certo dirlo a te. E pensare che io non ho mai amato la pietra, ho sempre e solo avuto relazioni con oggetti di legno. I costrutti di pietra sono così… freddi, brutali… duri, silenziosi, spietati… il legno è caldo, è vita, e poi è robusto, può essere un punto di riferimento. Quando non si fa mettere i piedi in testa da tutto il mondo. Ma aspetta… ti prego permettimi di invitarti a bere qualcosa con le mie amiche del Circolo. Dio saranno entusiaste di conoscere di persona la moglie del Muro più famoso del mondo. E poi io posso anche ospitarti, sai, puoi stare a dormire da me, se vuoi… e visto che hai ancora con te la valigia vuol dire che non ti sei ancora sistemata…<br />
&#8211; Bere.. qualcosa? Va bene, ma non subito, ora io e mio marito dobbiamo fare due chiacchiere, sono venuta a Berlino per lui non per la birra. E poi… che circolo sarebbe?<br />
&#8211; Non è lontano da qui, É il circolo dove si riuniscono i panpsichisti, i neo-animisti e in genere chiunque in città ami i costrutti e gli oggetti. Si chiama Die drei kleinen Schweinchen. Sarebbe “I tre Porcellini”. Sai… quella fiaba dei tre animaletti che amavano a tal punto i materiali, persino quelli fessi come la paglia, che ci si sono costruiti delle case fesse che venivano poi distrutte dal loro nemico, il Lupo Cattivo, con un semplice soffio. Eppure, nonostante il rischio, poi drammaticamente verificatosi, di venire divorati dal Lupo, non hanno voluto rinunciare a costruirsi la casa con i materiali che amavano.<br />
Una storia di tragico amore neo-animista. Allora: vieni?</p>
<p>OGGETTI DI DESIDERIO.</p>
<p>Il Die drei kleinen Schweinchen è un pub piccolo ma terribilmente carino. Lungo Friedladstrasse, poco prima del parco di Kreuzberg. Appena varcata la soglia si percepisce un senso di fuga nella natura. Tutto il locale è rivestito come una baita da tronchi di legno, tronchi come sedili e tronchi come tavolini. Le pareti dietro emanano una forte luminosità bianca che invadeva gli ampi interstizi tra una serie di tronchi ed un’altra dando la vivida sensazione che questi fossero sospesi a mezz’aria nella luce o che la baita stesse esplodendo investita da una violentissima immobile luce nucleare. I tronchi hanno un colore più scuro al livello delle sedute e poi più chiaro salendo lungo le pareti fino a tornare scuro scurissimo in cima, trasmettendo la sensazione di un infinita altezza in uno spazio ristretto. Un uomo, una donna e una ragazza ci attendono attorno ad un ceppo di legno con dei buchi nei quali erano infilate le bottiglie.<br />
La ragazza è identica a quell’attrice bionda che sta negli ultimi film di Woody Allen e pure in Lost in Translation ma proprio non ricordo come si chiama. Questa si presenta come Marlene, ma pare proprio quell’attrice. Alta, troppo magra, pulitina, solare, bel sorriso. Già la odiavo.<br />
Nei pochi minuti in cui Marlene si assenterà per andare in bagno, Mildred mi avrebbe sussurrato all’orecchio che questa dorme sempre seduta perché a dormire orizzontalmente è convinta che muore. É ricchissima, campa acquistando e vendendo case di Serial Killer famosi. Inoltre ama il ferro, ha da diversi anni una relazione con l’inferriata della villetta del cannibale Arwin Meiwes a Rotemburg e ora che sarà messa all’asta se lo porterà a casa, lo sposerà e chiamerà i Rammstein a suonare al loro matrimonio.<br />
L’altra è una donna di mezz’età, tutta vestita di verde scuro. Si chiama Lua. Fuma a testa bassa e ha un’ampia fessura tra i denti davanti che nel complesso, però, non è sgradevole. Inoltre è l’unica che si alza e mi tende la mano.<br />
Nei pochi minuti in cui Lua si assenterà per andare in bagno, Mildred mi avrebbe sussurrato che nel suo appartamento ospita decine di rane dello Zimbabwe che allatta personalmente. Ha scoperto l’amore per i costrutti in paglia quando passò davanti al laboratorio di un tassidermista, e un decennio prima uccise suo marito colpendolo ripetutamente con un alligatore impagliato. Ma poi l’ha fatta franca. Oggi ama passare ore nuda sulle sedie impagliate a fare l’amore con loro anche se spesso ha scappatelle con vimini, giunco, smidollino e bambù.<br />
Ehi, guarda che di appendicite ci si può morire e se ti mangi le unghie in quel modo ti verrà un’appendice che sembra il verme mostro di Dune.<br />
Il terzo tipo è l’unico ad apparire davvero eccentrico. Supera abbondantemente i cinquant’anni, indossa una giacca di lattice nero attillata con bordo rosso, divelta da un grosso stomaco bianchiccio, molle e spelacchiato. Indossa lunghi guanti dello stesso materiale e ha un’enorme testa rasata, con tre piercing ad anello sul labbro ma nessuno ad orecchie o naso.<br />
Nei minuti che trascorrerà in bagno Mildred mi sussurrerà:<br />
&#8211; Su di lui c’è poco da dire. Kurtz è uno regolare. É il prete della Chiesa di Friedrichstrasse. Non beve, non fuma, non va a prostitute, mai una denuncia per molestie a bambini e, secondo me, sotto sotto vota pure a sinistra. Ha solo questa passione per la plastica ed è convinto che sia un dono di Dio. Dice che la plastica per primo la ottenne Cristo che oltre a dividere il pane e il vino divise anche gli atomi del polivinilcloruro e che camminava sulle acque perché si era fatto dei calzari di teflon e che la Sindone non esiste perché dopo morto a Cristo lo portarono via in nel sacco nero in polietilene per cadaveri del coroner di Gerusalemme.<br />
Come saluto tutti e mi si siedo sui tronchi, me ne sprofondo scoprendoli morbidissimi. Allora Padre Kurtz mi fa:<br />
&#8211; Ci cascano tutti. Non sono di legno, sono tronchi in schiuma di poliuretano rivestiti di ultrasuede. L’ultrasuede è simile all’alcantara. É il materiale che usano per realizzare l’ano delle moderne sex-dolls. Anche se i buffi micro-canotti delle bambole gonfiabili di una volta hanno sempre il loro fascino vintage. Le pareti sono in perspex retroilluminato e di sabato pulsano di luce al ritmo della musica. Dato che il pavimento è composto da una stuoia imbottita di paglia compressa fissata su una cornice di legno e i rubinetti dei bagni sono in ferro battuto, possiamo dire che qui dentro c’è tutto ciò che noi amiamo.<br />
Poi ordiniamo da bere.<br />
La serata passa piacevolmente. Non avevo dubbi che nel mondo ci fossero altri uomini e donne che amano i costrutti e gli oggetti più degli altri esseri umani, ma non mi si erano mai palesati. Nel mio amore per il Muro di Berlino, mi è capitato di sentirmi sola, a volte eccentrica se non addirittura maniacale. É stato importante per me poter chiacchierare liberamente con persone hanno la mia stessa passione, il mio stesso modo di amare.<br />
Marlene mi racconta del suo outing:<br />
&#8211; La mia passione per i costrutti emerse con chiarezza in una domenica pomeriggio di fine aprile. Sapete, io e il mio uomo vivevamo a Jerdorff e andavamo ogni domenica al piccolo stadio locale a vedere le partire del Jerda F.K. É uno stadio che aveva un solo grande difetto: i bagni. Ne avevano costruiti solo dentro gli spogliatoi delle squadre. Certo, c’era un bar esattamente di fronte allo stadio, ma la gente era pigra e comunque non voleva perdersi nessun istante della partita. Cosi quella maledetta domenica le fondamenta dello stadio crollarono perché tutti, per anni, avevano pisciato sulle fondamenta. Lì capii che l’uomo non ha alcun rispetto per le cose e, nel crollo, prima ancora che la paura, avvertii il dolore dell’ intera struttura, come un gigante che rovina a terra col ginocchio spezzato.<br />
Lua l’impagliatrice non parla molto, e l’unica cosa che mi dice è:<br />
&#8211; Quindi sei sposata. Brava. Delle volte è venuta voglia anche a me. Non credere, io m’innamoro sul serio, quando mi innamoro. É che… sono un spirito libero, davvero. Anche se amo una sedia impagliata, se passeggio nel reparto arredamenti di un centro commerciale e vedo certe sedie, di quelle belle moderne lucide e dal design accattivante… brucio dalla voglia di spogliarmi e di sedermi su di esse. E quando il corpo chiama, noi mortali dobbiamo obbedire. E poi sono terribilmente vanitosa. Se incontro oggetti che mi sussurrano complimenti, parole dolci… o che mostrano interesse per me, che mi fanno certe proposte, magari un po’ esplicite ma sempre formulate con garbo… siano essi portoni di ferro o radiosveglie, tessere del bancomat o treni metropolitani… be’, perché no, potrei decidere di andare anche con loro. Non è svendersi, non è regalarsi, non è vizio, non è infedeltà. E’ libertà.<br />
Il prete non pare affatto d’accordo.<br />
&#8211; Tesoro, mi spiace ma tu sai come la penso su certe cose. Sarà l’educazione che ho ricevuto, sarà la scelta di vita che ho intrapreso, sarà il mio carattere geneticamente bacchettone, ma se io amo un portasapone di plastica non è che se poi vedo un treno metropolitano o una custodia di dvd o una paperella galleggiante di gomma me la inizio a spupazzare. Io sono straight. Se nasci donna deve piacerti l’uomo, e se sei una donna seria non inizi a leccare la passera solo perché ti “stufi” dell’uomo. Scegli altri uomini, magari, li cambi, li butti. Ma non passi alle donne. Io farei tutto per la plastica, con la plastica e alla plastica. Ma non toccherei i vostri muri, ponti, sedie impagliate, treni e roba del genere. Sarebbe andare contro natura. L’uomo va con la donna, la donna con l’uomo, tu con i muri ed io con la plastica. É così che in terra si rispetta quell’ordine che nel divino regna.<br />
E continuiamo tra birrette, alsaziani e altre chiacchiere. Poi si fa tardi. Mildred mi riaccompagna da mio marito. Gli stampo un appassionato ( e brillo) bacio della buonanotte e poi me ve vado a dormire da lei.</p>
<p>LA MIA RABBIA.</p>
<p>Passa poco più di un anno.<br />
Le cose tra me e mio marito andavano bene, anche se mio padre è stato male e per diversi mesi non sono potuta scendere a Berlino. Non ebbi più contatti con Mildred o con il suo circolo. Era gente piacevole, eppure preferivo vivere le mie passioni per i fatti miei. In fin dei conti non mi andava di sbandierare i miei gusti sessuali in circoli, festicciole, meeting e queste robe alla gay pride. La sessualità per me deve restare una questione privata.<br />
Quando squilla il citofono credo che sia, come spesso accade in tarda serata, qualche operaio che va via e vuole salutare mio padre ma sbaglia e scampanella qui all’abitazione invece che all’ufficio.<br />
Invece.<br />
&#8211; Sono… Mildred… Mildred di Berlino. Devo parlarti.<br />
Cazzo. Che vuole ‘sta brutta crucca?<br />
Scendo subito e la porto nel nostro giardino dei Muri.<br />
Il tramonto è inoltrato, l’aria è umida e io sono tesissima però non parliamo finché non raggiungiamo la panchina dietro al muro di Cisgiordania. Il suo culone mi costringe in un angolo. Anche da seduti, lei non riesce a guardarmi negli occhi.<br />
Cazzo.<br />
Brutta crucca che vuoi da me?<br />
&#8211; Vedi, io – la sua voce era come una spugna imbevuta di lacrime e fumo – lo sentivo, te l’avevo anche detto… il ponte di Havel non faceva per me. Ed io non facevo per lui. Poche settimane dopo la tua visita ne ebbi la certezza. Un gruppo di turistelle dalle belle gambette lisce e snelle correvano sul mio ponte da un lato e dall’altro, ridendo come gallinelle fortunate, si saranno fatte decine di foto su e giù a sgambettare sul mio fidanzato. Alcune erano a piedi nudi, graziosi piedini lisci quasi per nulla impolverati, con smalti chiari, pastello che leggeri percorrevano, sfioravano o calpestavano il suo corpo. Nell’atmosfera della loro spensierata allegria e della loro naturale bellezza lo sentivo eccitarsi, sentivo che quei piedini lo stavano facendo impazzire, che ad ogni accennata pressione delle loro guizzanti ditine sulla sua schiena lui andava in estasi. Quei piedini lui li stava spudoratamente adorando, li avrebbe baciati, leccati… scoppiava d’eccitazione quel porco feticista! E io ero li, con i miei piedi a pagnottella chiusi in due zoccoli pure consumati, con il mio cuore che sanguinava davanti a questa scena. Lentamente squartata dalla gelosia, dall’impotenza, dall’umiliazione.<br />
L’istante dopo ero al Die drei kleinen Schweinchen. Mi ubriacai da sola e, quando non ne potei più, ciondolai fino a raggiungere il Muro.<br />
Piangevo urlavo, tremavo… eppure, come stesi il mio petto sulla sua fresca pietra, come le mie braccia e le mie mani poterono spaziare sulla sua rassicurante struttura di duro cemento rafforzato, sdegnoso, titanico…<br />
Fa una pausa e si asciuga le lacrime.<br />
Io, gelida:<br />
&#8211; Continua.<br />
Lei sorride. Di colpo si fa stranamente fiera. Mi guarda con aria di sfida e mi risponde:<br />
&#8211; Aspetto un figlio dal Muro di Berlino.</p>
<p>I MIEI ULTIMI SOGNI.</p>
<p>Quando riapro gli occhi, la prima cosa che vedo è il grosso stemma a forma di sole dorato pieno di raggi che torreggia sul cappello di uno dei cinque ufficiali della polizia federale di Berlino. Mi ammanettano e mi portano in centrale dopo avermi raccolta sotto shock a dormire svenuta, con le unghie spezzate e i polpastrelli lacerati e incrostati sangue rappreso per aver cercato per tutta la notte di graffiare mio marito.<br />
Di tutte le foto che mi fece vedere il commissario, quella che ricordo meglio è quella in cui si vede una ragazza culona con il cranio un po’ sfondato, tipo l’uovo di Pasqua, con vari pezzetti mollicci sanguinolenti appiccicati su un realistico modellino del muro di Cisgiordania.<br />
Mi limito ad annuire, la riconosco. Annuisco sempre, annuisco che annuisco finché non mi portano qui dentro. I miei non sono mai venuti a trovarmi. Amici non ne ho mai avuti.<br />
Sola.<br />
E invece no.<br />
La prima giornata in carcere fu tremenda, e pregavo solo che tornasse Ezekiel, il mio primo amore. Volevo che lui grande e grosso e potente con quel torace che sembrava il cofano di una macchina, potesse soffiare e soffiare cosi forte da sfondare le mura e liberarmi. Ma a forza di soffiare forte il suo cuore è esploso tanti anni prima.<br />
Ma poi, invece, quella prima notte di carcere feci un sogno che mi riaggiustò il cuore.<br />
Sognai di strisciare lungo il pavimento di casa di Ezekiel, con il naso rotto e un occhio gonfio perché, per l’ennesima volta, il mio maledetto apparecchio aveva tagliato il suo labbro mentre mi baciava. Io strisciavo sul freddo pavimento che sembrava infinito ma piano piano diventava più caldo, sempre più caldo e morbido e roseo e mi resi conto che stavo strisciando su un pavimento di calda e buona carne umana, dalla pelle liscia e scura e come alzai gli occhi mi accorsi che ero arrivata alla fine del pavimento e mi aspettava una parete di morbida carne sulla quale poggiare la mia testa e riposarmi.<br />
Come aprii gli occhi mi ritrovai ch’ero finta sul pavimento della cella e la mia testa poggiava contro il muro sud.<br />
Alzai gli occhi su di lui e lo sentii. Sentii il suo amore. Sentii che mi capiva e che mi avrebbe salvato.<br />
Da quella notte, ogni giorno, il muro sud comunica con me nei sogni. Basta che dormo con la testa appoggiata a lui. Anche se molto spesso preferisce che io sia nuda.<br />
Di notte, nei sogni, viviamo una profonda e ineguagliabile storia d’amore. Non potremo fare viaggi di nozze ai Caraibi, ma i sogni che mi soffia dentro ogni notte mi trasportano oltre ogni banalità. Otto ore di puro potente, fiabesco, limpido amore.<br />
Lo avevo capito che voi vi preoccupavate per il fatto che dormissi in quel modo, ma il motivo è semplicemente questo. Grazie per l’interesse ma sto davvero bene. Così bene che, qualunque cosa voi vogliate farmi, io non me ne andrò mai più da qui.<br />
Perché qui ho finalmente trovato l’amore.<br />
Quell’amore giusto e pieno che tutti cerchiamo e di cui tutti siamo alla disperata ricerca ovunque: al pub, sul lavoro, nei siti di annunci… mentre a volte l’amore della tua vita è così incredibilmente vicino a te.<br />
Magari ci sei seduta sopra, magari ci stai scrivendo frasi d’amore per un altra persona o magari gli stai piantando un chiodo nel petto per appenderci un quadro.<br />
Rallenta, rilassati, non far rumore… ascolta il respiro degli oggetti.<br />
Forse qualcosa, proprio in questo istante, ti sta sussurrando…<br />
… ti amo.</p>
<p>&nbsp;</p>
</div>
<div></div>
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		<title>IL VOLO DEL SERPENTE TATUATO -vincitore Premio Teramo 2006-</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ilvescovo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggi un racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Conobbe una ragazza cieca La amò e condivise il suo dolore Poi vide una stella cadere dal cielo Espresse il desiderio che lei potesse vedere. Lei schiuse i suoi occhi quella stessa notte E lo lasciò per sempre. Antonin Artaud “La sua memoria si placa. Fino al prossimo plenilunio nessuno turberà il professore né il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>Conobbe una ragazza cieca<br />
La amò e condivise il suo dolore<br />
Poi vide una stella cadere dal cielo<br />
Espresse il desiderio che lei potesse vedere.<br />
Lei schiuse i suoi occhi quella stessa notte<br />
E lo lasciò per sempre.</em></p>
<p>Antonin Artaud</p>
<p>“La sua memoria si placa. Fino al prossimo plenilunio nessuno turberà il professore né il carnefice senza naso di Hestas”.<br />
– Davvero un bel libro. Davvero. Peccato che adesso devo morire e non potrò consigliarlo a nessuno.<br />
Così Grigorij chiude, con enfasi quasi marziale, l’ultima pagina de “Il Maestro e Margherita” di Bulgakov.<br />
La stanza era illuminata da una fila di candele sul pavimento fissate su bottiglie di vino vuote con la cera di vari colori sciolta e indurita su lati a formare variegati arabeschi.<br />
Il resto della stanza è solo fumo e dipinti di gatti.<br />
Gatti spaventosi e terribili.<br />
Gatti che sembrano conoscere verità che l’uomo ancora ignora.<br />
Grigorij amava dipingere nel tempo libero.<br />
Dipingeva sempre e solo gatti.<br />
Gatti fiabeschi, gatti inquietanti.<br />
Gatti che conoscono verità che all’uomo sono precluse.<br />
Gatti a volte troppo grandi per essere gatti, o con sguardi troppo maligni per essere creature di Dio.<br />
A volte dipinge solo un particolare: una zampa, un occhio, una schiena inarcata che si staglia contro un cielo gonfio e livido, oppure solo una coda che guizza in una camera da letto del futuro, lucente d’ acciaio e fredda nelle geometrie.<br />
Grigorij ha solo la sua canottiera nera a coprirgli i tatuaggi sul petto. Si guarda le braccia. Anche i disegni più netti sono ormai grinziti insieme alla pelle.<br />
– Ma quanti anni ho? – si domanda con la sigaretta che gli vibra in punta delle labbra.<br />
I tatuaggi sono il suo diario di bordo.<br />
Ogni significativo momento della sua vita se lo è marchiato sulla pelle. Ha ragionato su quali simboli avessero potuto racchiudere quel fatto, quelle emozioni, quella tragedia, quel dolore o quel trionfo e poi se li è fatti tatuare. Con il suo piccolo spettacolo ha lasciato Valka per girare i continenti, e ha avuto modo di farsi tatuare da ogni tipo di persona.<br />
Vecchi avanzi di galera, ragazzine rockettare, clandestini, professionisti, una bella signora giapponese, un italiano alcolizzato e diversi grassi bikers.<br />
L’unico tatuaggio che non guarda con piacere, l’unico contro cui neanche il ruvido passare degli anni sulla pelle ha potuto nulla, è quello lungo l’avambraccio.<br />
Le dodici cifre con la data e l’ora del giorno nero di Vittoria.<br />
Grigorij ha sempre affrontato i suoi viaggi con pochi euro in tasca, e chiedeva sconti a tutti in cambio dei biglietti per i suoi spettacoli o in cambio della restante metà della sua bottiglia di rhum.<br />
A molti faceva solo un’immensa pena, altri ne erano spaventati e coprivano gli occhi ai loro figli, disgustati non tanto dalla sua spaventosa magrezza e dai tatuaggi quanto dalla sua schiena flessibile, snodabile, deformabile.<br />
Deforme.<br />
Proprio grazie ad essa ha raggiunto la fama nei freakshow e negli spettacoli burlesque delle periferie di mezzo mondo con il nome d’arte de Lo Straordinario Serpentino.<br />
Dovrebbe ringraziare la Centrale.<br />
Si è suicidata regalando un fallout radioattivo e novanta anni di contaminazione a tutta l’area, ma ha fatto anche abbassare drasticamente il costo degli affitti e i poveracci come lui, e come Mich Sarah e Ribka, non hanno potuto far altro che riavvicinarsi a quei luoghi.<br />
Ora dallo stereo nella stanza accanto sfumano, tra i primi raggi del mattino, le ultime veloci note di Lust for Life.<br />
– Dovevo leggermelo prima, tanti anni prima. Avrei anche fatto colpo su Ribka. Mi avrebbe chiesto se conoscevo Bulgakov e io le avrei risposto: “Ma certo, tesoro. Ricordo anche a memoria l’ultima frase de “Il Maestro e Margherita”. Senti qua…” E le avrei trafitto il cuore. Bah, non diciamo sciocchezze. Un freak è solo un freak, anche se è freak che ha letto Bulgakov.<br />
Grigorij è in piedi ad infilarsi la sua camicia preferita, quella viola che gli ha regalato Chrome quando lo ha ospitato per un mese in Germania. Avrebbero dovuto rivedersi tra due anni, a mezzanotte, qui a Valka, sulla tomba di Vittoria, insieme agli altri.<br />
– Spero non si offendano, ma la pace che ci siamo promessi non sono riuscito a sentirla in nessun luogo. Mai.<br />
Pensa mentre si abbottona con calma la camicia.<br />
Poi prende le sigarette, esce dall’appartamento e sale le scale fino alla terrazza sul tetto.</p>
<p>La terrazza sul tetto.</p>
<p>Ampia e vuota.<br />
Contro il rosso del cielo che recede, le aguzze cime delle montagne di Gaizinkal che stringono Valka formano una linea irta di punte come l’elettrocardiogramma di un giorno che muore.<br />
Fa freddo.<br />
Puzza di smog e immobile indifferenza.<br />
Dall’altro lato, il cavalcavia dell’autostrada, fiancheggiata da alti cartelloni pubblicitari, dove marciano i camion a portare in giro, come diceva Vittoria, la “polvere del mondo”.<br />
Lo sguardo di Grigorij, si abbassa sul complesso dritto di fronte a lui: il titanico stabilimento color Bario 131 della Painstav, attraversato da un velo di nebbia appena percepibile. La fabbrica che da lavoro a tutti i giovani e i meno giovani di Valka.<br />
– Grande bastardo di quindici piani, mi hai privato della luce per tutti questi anni.<br />
E sputa giù.<br />
Poi si accende una sigaretta contemplando quel brontosauro di lamiere annerite e tubi tra i quali si stagliano tre lunghe sporche ciminiere come tre nere dita mozze a ghermire il cielo. Il cuore di tenebra di questo paesino di metallo, ruggine, fumo, freddo, fame, carbone, radioattività, violenza, sesso clandestino, malattie dell’apparato respiratorio e un ridicolo cartello alle porte della città:</p>
<p>Benvenuti a Valka<br />
Comune amico del Nucleare</p>
<p>Estinta la sigaretta, sputa il mozzicone.<br />
Poi si sfila l’anello. Un sinistro cerchietto di metallo annerito coronato da un acuminato uncino. Lo getta di sotto.<br />
– Prego, prima tu – sibila tra i denti.</p>
<p>Settimo piano, l’attico.</p>
<p>Mentre Grigorij precipita, i suoi occhi vengono feriti per un istante dalla sfavillante luce riflessa nel collier di Vaira Gunvaldis che alza il calice sfavillante in sintonia con suo padre, il colonnello Gunvaldis e con una ventina di sfavillanti ospiti. Lo sfavillìo incantevole sul collo di Vaira si riflette nello sfavillìo del sorriso di Armand, il portaborse di suo padre.<br />
– É fatta Sindaco! Ora comandiamo noi. E da domani sono cazzi loro.<br />
Lo sfavillare incantevole della luce della gioia di Armand si riflette sullo smeraldino in bocca alla testa di leone d’oro che troneggia sull’anello d’oro dell’anziano Janis, che pizzica senza sosta le guance del nipotino Lukas. L’anziano Janis ha imbustato e spedito insieme ai suoi tre figli quattromiladuecento e due lettere agli elettori e ha poi distribuito migliaia di sfavillanti santini elettorali per il candidato sindaco colonnello Gunvaldis al mercato del Parco 36, poi sulla piazza del Cavallo Buio, all’uscita della Painstav, alle scuole, davanti alla chiesa di padre Manfred, nel quartiere Bianco, dentro allo Snack Bar Poe, al Coral Club e ovunque transitasse qualcuno che abbia diritto di voto. Da quello sfavillante smeraldino la luce si riflette sulla montatura d’oro degli occhiali di Srecko, fidanzato storico della figlia Vaira nonché autista del neo-sindaco Gunvaldis. Srecko guarda la sua fidanzata con occhi colmi d’amore e soddisfazione pensando:<br />
– E se manco adesso mi sposi, puttana alcolizzata, ti passo sopra con la macchina tante di quelle volte che finalmente potrai farci credere di essere dimagrita.<br />
La montatura degli occhiali di Srecko sfavilla incantevolmente oltre filari di perfetti scaffali in acciaio e tek strepitosamente privi di libri, utilizzati per reggere vasi di fiori, riviste di moda di diversi formati, fino al solito eterogeneo zoo di bomboniere di cristallo.<br />
Deflesso da una piccola sirena di cristallo, lo sfavillìo schizza fino alle unghie smaltate d’argento di Nataljia Gunvaldis, moglie ufficiale del colonnello Vladimir Gunvaldis che pensa:<br />
– Dio, ora che torno da quell’arpia di commessa che non voleva farmi lo sconto, ora che ci torno che sono la moglie del nuovo Sindaco di Valka, mi faccio leccare i piedi fino alla prossima legislatura.<br />
Finchè lo sfavillìo giunge al capolinea, infrangendosi nei magnifici lucidi occhi vincenti del nuovo sindaco, il colonnello Vladimir Gunvaldis.<br />
– Ho vinto io. E ora che mi levo dalle palle ‘sta mostra-mercato di zerbini umani, andrò a far sentire a Giulietta come scopa un vincente.</p>
<p>Sesto piano</p>
<p>– Finalmente – pensa in un’istante Grigorij, mentre prosegue la caduta – finalmente vedo quel diavoletto.<br />
Grigorij non aveva mai visto in faccia il bambino che viveva al sesto piano, ma lo beccava sempre a sgattaiolare via dal suo apprtamento dopo avergli svaligiato il frigo quando lasciava la porta aperta andando a buttar giù l’immondizia.<br />
Il piccolo Jan, avvolto in una lacera giubbetta militare di un qualche ex-esercito smantellato, ha la testa fasciata, un lato della faccia gonfio e il labbro rotto. Trema scosso da brividi e suda appoggiato con le braccine al davanzale.<br />
Aspettando il corpo di Grigorij.<br />
Come Grigorij viene giù, Jan gli fa cenno con la mano, sorridendo.<br />
– Ciao Serpentino. E Grazie di tutto.</p>
<p>Quinto Piano</p>
<p>Al quinto piano la saracinesca è abbassata.<br />
Peccato pensa Grigorij.<br />
In ogni caso Lo Straordinario Serpentino non avrebbe potuto dare il suo fulmineo saluto al vecchio Dimitri poiché il suo cadavere si sta decomponendo sul letto ormai da nove giorni.<br />
Maru, il figlio, lo chiama solo a fine mese, quindi se ne accorgerà tra circa un paio di settimane.<br />
Ogni venerdì il vecchio manifestava delle brutte macchie alla base del collo e sui polsi. Sempre e solo di venerdì.<br />
Maru si limitava ad obbligare il vecchio a non fumare più la pipa con vari urlati diktat solo per esercitare su di lui un po’ di autorità.<br />
In realtà ogni giovedì pomeriggio Dimitri invita Jelena a fargli visita nel suo appartamento. In realtà Jelena si chiama Giulietta, ma il vecchio preferiva chiamarla con il nome del suo primo amore sbocciato ai tempi della Scuola Primaria di Tomsk. Quando si vestiva sempre con le sdrucite camice di flanella a quadretti grandi di suo padre, dimenticandosi puntualmente di abbotonare almeno una delle due punte del colletto. Non rivide più Jelena, ma il ricordo di lei crebbe durante gli anni passati a lavorare nella base militare di Ventspils. Crebbe nei suoi pensieri e nello stretto albergo del suo cuore, collocandosi nella suite di “colei che sarebbe stata la donna giusta, la donna che mi avrebbe reso felice”.<br />
E se finalmente, dopo tutti quegli anni, il vecchio Dimitri era riuscito a sedurre Jelena, di certo non poteva permettersi le figuracce dell’età.<br />
Per questo motivo ogni giovedì, dopo aver sistemato per bene i bottoni del colletto della camicia, s’imbottiva di Viagra.<br />
Mostrò ben presto, però, i sintomi di un’allergia che si fece sempre più aggressiva.<br />
L’allergia al Viagra lo aveva messo in guardia tante volte con quelle macchie alla base del collo e dei polsi, ma il vecchio Dimitri non aveva alcuna intenzione di farne a meno perché non poteva di certo deludere la sua Jelena, che lo ha aspettato per oltre sessant’anni.<br />
Nove giorni fa, poco dopo che Jelena era tornata a casa, iniziò a sentirsi la pressione particolarmente bassa e la laringe sembrava gonfiarsi rapidamente fino a ostruirgli il respiro.<br />
Senza telefono né cellulare, crollò a terra cercando di raggiungere la maniglia della porta con le sue mani che diventavano sempre più scure e gonfie.<br />
Comprendeva bene che lo shock anafilattico lo stava uccidendo, ma nei suoi occhi brillava ancora, piena e inossidabile, la soddisfazione di aver avuto, seppur negli ultimi mesi di vita, la donna dei suoi sogni, la donna giusta, la donna che amava fin dall’adolescenza.<br />
– C’è gente che vive, lavora e poi crepa senza mai averla avuta ‘sta fortuna.<br />
Si disse Dimitri prima di soffocare.</p>
<p>Quarto piano</p>
<p>L’appartamento di Grigorij. La porta d’ingresso si apre e Dola, sua figlia, fa capolino all’interno. Per un maledetto frammento d’istante, il suo sguardo incrocia quello del corpo del padre che precipita. Cadrà in ginocchio, si getterà a pancia a terra e non avrà più il coraggio di rialzarsi. Lo shock la condurrà a trascorrere il resto dei suoi giorni nella casa di Cura di Villa 36, costantemente distesa sul freddo pavimento di mattonelle grigie, senza mai più volersi alzare.<br />
Per paura di cadere anche lei.</p>
<p>Terzo piano</p>
<p>L’appartamento è completamente vuoto tranne per un robusto gatto rossiccio che attende in un angolo. Uno dei “modelli” preferiti di Grigorij.<br />
Sul pavimento è disegnato con della vernice rossa un immenso numero trentasei.<br />
Nell’aria filtra del jazz in filodiffusione.</p>
<p>Fly me to the moon<br />
And let me play among the stars<br />
Let me see what spring is like<br />
On Jupiter and Mars</p>
<p>Il gatto rimane fermo immobile come un vero professionista.<br />
Spera che la risposta che ha tracciato possa essere ultile a Grigorij<br />
quando raggiungerà<br />
l’inferno.</p>
<p>Secondo piano</p>
<p>La finestra è aperta su una stanza buia, un telefono squilla a vuoto.<br />
Un paio di forbici luccicano ai piedi di un grosso specchio tribale, triangolare, con la cornice di ebano nero intarsiato.<br />
Nell’istante in cui precipita, Grigorij si riflette nello specchio, e si vede morire.</p>
<p>Primo piano</p>
<p>Al primo piano le finestre sono aperte su una tendina gialla maltrattata dal vento con il logo di una marca di patatine.<br />
Il divano è lacero in più punti, le pareti sono dipinte d’azzurro da un pennellaccio affetto come minimo da alopecia. Accanto al frigo, tempestato di magneti come se avesse il morbillo, era appeso un grande quadro fatto di Grigorij. Raffigura una sinuosa gatta moschettiera che mena un fendente all’aria con tanto di cappello nero a falda larga con piuma, indossando provocanti stivali di pelle nera con tacco di lucido metallo.<br />
Al posto delle pupille ha due minuscole mani rosse, dal palmo aperto.<br />
Giulietta dormiva beatamente davanti alla grande Tv a cristalli liquidi, regalo del colonnello Gunvaldis, che, poggiata su una colonnina di finto marmo venato, trasmetteva a volume troppo forte un reality show dove un uomo in pigiama tenta di riprodurre l’inno nazionale lettone intonando Dievs, svētī Latviju! con i suoi rutti, per dilettare gli altri concorrenti e il pubblico a casa.<br />
Giulietta non partecipa a questa ilarità, perché il suo corpicino di ventenne, che di anni ne dimostra a volte quindici a volte quaranta, riposa languidamente sul divano con una gamba bianca liscia che penzola fuori.<br />
L’unico che non le abbia mai chiesto di fare sesso.<br />
Almeno fino ad oggi.<br />
Beatamente dorme, Giulietta, usando come improvvisato cuscino il bel vestito che le faceva sempre indossare il vecchio Dimitri. Dolcemente dorme Giulietta ma non sogna né principi azzurri né una vita migliore. Sogna solo una grande, gigantesca, immensa coppa di gelato alla stracciatella e cocco con due belle cialde conficcate come due antennine. Sogna quella bella coppa di gelato, la celebre “coppa super-gusto” che la mamma le comprava a Rīga ogni domenica d’estate.<br />
Non doveva pensare a niente. Solo sorridere e mangiare il gelato e sporcarsi e sorridere e poi mangiare ancora.<br />
Non doveva pensare a niente, né a piacere, né a guadagnarsi da vivere, né a scorticarsi via di dosso l’odore di quei porci né a nascondere bene i soldi, né a medicarsi i lividi.<br />
Doveva solo affondare quel cucchiaione nel gelato, che gli colmava gli occhi di bontà e di golosa bellezza, e tirare su quel cucchiaione bello buono colmo di gelato e mangiare e mangiarselo tutto felice, sotto gli occhi felici e colmi d’amore di sua mamma, che non diceva nulla se non “è buono, vero, tesoro mio?”.<br />
Non doveva pensare a farsi i test dell’Hiv ogni tre settimane per sapere se era viva o morta.<br />
Non doveva fingere di essere una giovane ebrea da interrogare per il colonnello Vladimir Gunvaldis.<br />
Non doveva immaginarsi che faccia potesse avere suo figlio, oggi che avrà sei anni da qualche parte nel mondo.<br />
Non doveva pensare che quello psicopatico che chiama sempre alle 23.10 potrebbe entrare dalla finestra adesso e sgozzarla con un filo di nylon come le ha sempre promesso di fare.<br />
No.<br />
Lei doveva pensare solo a nuotare felice in quella bella grande coppa di gelato che nessuno le offrirà mai più.<br />
Nuotare in quella grande bella coppa di gelato, lei piccola indifesa con la mano nella mano della mamma, e quando il gelato finiva, sarebbe tornata a casa a mettersi comoda per godersi due ore di colorati cartoni animati e la felicità e le risate e lo stupore sarebbero proseguiti stringendo sempre il caldo tepore della mano della mamma e tutto questo la faceva sorridere nel sonno, la faceva un po’ sorridere nel sonno ma le avrebbe reso insopportabilmente più amaro, molto più amaro l’odiato risveglio.</p>
<p>Grigorij in quell’istante ha voglia d’innamorarsi di Giulietta.<br />
Ma in fondo lui non ha bisogno di lei, ne di nessun’altra, perché è Lo Straordinario Serpentino e domani tutti i suoi fan e tutti i suoi spettatori e tutti coloro che l’hanno deriso, amato, umiliato o reso famoso piangeranno per lui.</p>
<p>Ed è con questa speranza che Grigorij dedica a tutti loro un ultimo, definitivo, violentissimo bacio d’addio contro l’asfalto.</p>
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		<title>IL DIVIN MARCHESE E LA REGINA DEL POP</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:16:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ilvescovo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggi un racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[La miglior vendetta è vivere bene D.A.F De Sade I pesanti autobus sono già alla seconda o terza corsa. I rumori del traffico dei lavoratori e di chi porta i figli a scuola annunciano a coloro che hanno ancora difficoltà a strapparsi via dal sonno che il sangue è tornato copiosamente a circolare nelle vene [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>La miglior vendetta<br />
è vivere bene</em><br />
D.A.F De Sade</p>
<p>I pesanti autobus sono già alla seconda o terza corsa. I rumori del traffico dei lavoratori e di chi porta i figli a scuola annunciano a coloro che hanno ancora difficoltà a strapparsi via dal sonno che il sangue è tornato copiosamente a circolare nelle vene a due e quattro corsie della Capitale.<br />
L’ alba è sbocciata in fretta e straordinariamente luminosa.<br />
Settecento ragazzi e ragazze, ma soprattutto ragazze, si svegliano nelle loro tende, già accampati in ordine sparso dalla notte prima, nella zona antecedente lo Stadio Olimpico. Dalle tende piantate iniziano a sporgere prima qualche decina di chiome frullate, poi le corrispondenti teste bianche assonnate di ragazze e ragazzine. Poco dopo, tanti asimmetrici sbadigli liberatori iniziano ad echeggiare nel piccolo accampamento. A far capolino fuori dalle tende sono, prima di tutto, tante coppie di piedini di ragazza di taglia dal 36 al 39, qualcuno in comode calzette bianche corte. Dopodichè, centinaia di beauty-case vengono tirati fuori dalle tende a scintillare sotto il sole. Un mare di coperchietti e specchietti scintillano alternati, come mandando un collettivo messaggio morse al cielo.<br />
Questo preciso messaggio: Cielo, non piovere! Non piovere che stasera c’è il concerto!<br />
Infine, dopo i beauty-case, dalle tende escono i corpi.<br />
Gigliola, nick Ghigliottina 82, in piedi davanti alla tenda nelle sue Converse nere, con la maglietta di Mafalda sdrucita sulla spalla destra adottata come pigiama, scruta con i suoi occhioni azzurri un po’ arrossati l’intera zona, come per possederla. Poi constata con soddisfazione:<br />
– Sì, sono sempre la più vicina all’ingresso.<br />
Effettivamente, la notte è passata senza che nessuno abbia scavalcato il suo posto, in primissima fila, davanti ai cancelli dell’Olimpico.<br />
Arrivata fin quì da Palermo, con due notti alle spalle trascorse con poche mezz’ore di sonno. Ghigliottina 82, non avendo dimestichezza con la cocaina né con le anfetamine e avendo poca fiducia nel caffè, per scrollarsi dal cervello le unghiate di sonno, si affiderà ad una confezione gigante di capsule di guaranà prese nell’ erboristeria di sua madre e a qualche bottiglia di Caffè Sport Borghetti per restare tonica e in forma fino all’ultima canzone.<br />
Poi cerca l’orologio. Non lo trova ma trova il cellulare. Va bene uguale. Poi bestemmia. E pensa ad alta voce come quando sta a casa sua sempre da sola a cazzeggiare, dalla mattina alla sera.<br />
– E 45? Le 7 e 45?! Non sono neanche le 8! Ci mancano altre undici ore! Mado’ e mo che faccio fino a quando aprono ‘sti cancelli? Undici ore! Ma è meglio così. Sveglierò Manuela, Enea e Raffaele e ci facciamo due chiacchiere, ‘che Manuela sicuro c’avrà altre cento cose da raccontare, e poi ogni volta che si sveglia pare abbia fatto sogni da panico che deve per forza raccontarti nel dettaglio finchè poi arriva al finale ma ormai non se lo ricorda più e ci lascia a tutte, come direbbe Seneca, col coitus interruptus. Meglio così, va. Ci sediamo e ci stiamo tranquille, e mando un po’ di messaggi a Francescomaria che stanotte mi ha inviato una citazione troppo figa. La via dell’estremo… no, dell’eccesso… boh, comunque era una frase tipo di De Sade ma fichissima, anzi, come direbbe Seneca, ficherrima. Da adesso a stasera devo stare attenta. Devo fare poco. Devo fare poche cose e devo farle con attenzione. Se mi faccio male a un piede o al ginocchio non potrò ballare né saltare. Se mi cade di nuovo la lente sinistra degli occhiali e me la calpestano vedrò tutto sfocatissimo anche se sto appiccicata al palco. Me ne devo stare bella tranquilla e seduta. Magari ci facciamo due chiacchiere, conosciamo qualche altro fan e ci si fa due birre insieme. Mmhh… però se bevo ora, di prima mattina e a stomaco vuotissimo, mi verrà l’acidità… quella che mi risale in gola tutto il tempo… però se bevo più tardi, a mattinata inoltrata, con il sole che mi picchia sulla capa, mi verrà il mal di testa. Dovrei aspettare il tardo pomeriggio per bere, quando arriverà un po’ di fresco e un po’ d’ombra, anche se in realtà non potrò bere troppo altrimenti mi verrà lo stimolo ad andare al bagno chimico durante il concerto ma io col cazzo che mi allontano e perdo la postazione che ci ho messo due giorni a guadagnarmela. Però neanche me ne voglio stare stare lucida e astemia per tutto il concerto, un po’ fuori ci voglio stare che cazzo… mi vedo il concerto di Madonna a secco? Manco andassi a vedere la recita degli alunni di mia mamma. Che poi pure lì mi sono secciata, mi ero fatta sette calate di prosecco al buffet. E poi qualche tazza me la devo fare ma non solo per entrare in sintonia col delirio di stasera, ma soprattutto per sentire di meno le botte e le gomitate che sicuro prenderò. Ma se bevo troppo e poi mi viene da pisciare ma non vado al bagno chimico mi toccherà restare per mezzo concerto con la vescica che mi scoppia e che a ogni mezzo saltello mi fa male, come mi è successo al concerto dei Depeche che a Personal Jesus dovevo stare piegata in due e con le ginocchia strette per quanto mi faceva male e alla fine me la sono pure mezza fatta sotto. Hehe… che afriche che combino certe volte… No no, questo è il concerto della mia vita e me lo devo seguire per bene. Certo che due canne ovvierebbero il problema di dover scappare a pisciare, ma ultimamente fumare mi abbassa troppo la pressione, e poi il caldo, l’emozione, la folla sterminata… se dovessi finire con lo svenire in mezzo alla gente proprio prima che attacca con Human Nature non me lo perdonerei mai. Borghetti. Sì. Mi berrò solo la bottiglia di Caffè Sport Borghetti. É un superalcolico quindi per farmi star fuori serio ne basterà qualche sorso ogni tanto, niente che mi obblighi ad andare per forza al bagno. Però non so se me lo fanno portare dentro, questo bottiglione di vetro. Basterà che ci tolgo il tappo? Non credo. Forse dovrei travasarlo in innocue bottigliette di plastica, non dovrebbero farmi storie… ma se poi nella plastica si rovina?<br />
Intanto Manuela si è svegliata.<br />
– Buongiorno Ghigliotta. Hai finito di fare il tuo comizio mattutino? Io ho fatto un sogno pazzesco tipo che c’erano il marchese De Sade e un altro zozzone come lui che venivano a vedere il concerto pure loro e si tracannavano una bottiglia di assenzio dibattendo se Madonna fosse veramente fetish o se lo facesse solo per vendere i dischi…<br />
– Ma dai! Che coincidenza! Guarda che sms mi ha scritto Francescomaria proprio stanotte. Eccolo, te lo leggo: “La via dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza. De Sade” cioè proprio mentre tu lo sognavi!<br />
Manuela non parve entusiasta.<br />
– Ma che c’entra De Sade, quella frase è di William Blake, ignorante…<br />
– Ma che William Blake, mi ci ha scritto De Sade vuol dire che è di De Sade… Francesco le cose le sa. Sapeva che venivamo a un concerto che sarà pieno di effetti speciali sadomaso e mi ha citato De Sade.<br />
– Madonna mia santa che bella coppia di ignoranti che siete, quella è una famosisima frase di William Blake. De Sade non credo abbia scritto niente che si possa citare in un sms.<br />
– Io credo invece che tu sia solo una frega invidiosa perché a te Giovanni non ti scrive mai niente, né di De Sade né di nessuno. E comunque, visto che sai tutto tu, dammi un consiglio: secondo te il Caffè Sport Borghetti se lo metti in una bottiglietta di plastica tipo quella dell’acqua minerale si rovina?<br />
– Eh???</p>
<p>Ore 11: nell’antistadio si erano radunate duemilacinquecento ragazze e ragazzi.<br />
Il sole riscalda i visi a poco a poco. Le macchine sfrecciano nelle vie limitrofe. Ghigliottina 82 fa amicizia con alcuni vicini di tenda e ascolta un po’ di musica assieme alle nuove truppe di fan.<br />
Duemilacinquecento persone. Come al comizio che tenne Togliatti appena dimesso dall’ospedale dove fu ricoverato in seguito al vile attentato di cui fu vittima il 14 luglio 1948.</p>
<p>Ore 12.30: i duemilacinquecento erano diventati novemila.<br />
Come al comizio a Bologna del 6 luglio 1973 dove Enrico Berlinguer illustrò la necessità di un allontanamento dall’URSS e di una via europea al Socialismo.<br />
Ore 15.30: ventottomila.<br />
Come le donne che sfilarono il 6 dicembre 1975 per chiedere l’aborto libero, gratuito ed assistito.</p>
<p>Ore 19. Il sole tramonta. Aprono i cancelli: settantacinquemila.<br />
Come i volantini distribuiti contro la guerra in Vietnam il 1° maggio del 1978 a Piazza San Giovanni a Roma.</p>
<p>Ore 21: Ottantamila. Come al comizio di Togliatti a Roma che chiuse la campagna elettorale del Fronte Popolare nelle prime libere elezioni del 16 aprile 1948.</p>
<p>Ghigliottina 82 è sempre in prima fila. Sorseggia la sua bottiglia di Borghetti travasata in una di Levissima e intona Seven Nation Army insieme a tutti gli altri, anche se in cuor suo gli viene un dubbio:<br />
– Ma non le farà girare le palle a Madonna sentire che un’intero stadio, prima della sua esibizione, canta la canzone di un altro gruppo?<br />
Ma Manuela le risponde con un ennesimo:<br />
– Po-poppopoppopo-pooo.<br />
Eppure, nonostante i due giorni di viaggio, la notte in tenda nell’antistadio, la fila di cinque ore ai cancelli, la corsa, la fame, la sete e la stanchezza, Ghigliottina 82 non è realmente la prima del pubblico ma la sesta. Davanti a lei, separata solo da un’esile fila di transenne, appena sotto al palco, c’è la tribunissima. Cinque poltroncine di plastica rosse con braccioli numerate tramite un cartellino incollato sullo schienale.<br />
Non è il posto che gode dell’acustica migliore, è troppo sotto per cogliere la totalità degli effetti del palco. Però, dalla tribunissima, si è talmente vicini al palco che si possono bere al volo le gocce di sudore di Madonna e del suo corpo di ballo. Cinque posti messi all’asta, vinti per cifre spaventose il cui ricavato non andrà comunque in beneficienza, se si esclude la mancia al pusher portoghese che, oltre ad aver riempito di ottima chetamina la macchina dell’organizzatore, ora gliela sta anche parcheggiando. Cinque posti di cui uno rimasto vuoto. Nei restanti quattro abbiamo due ragazze di circa venticinque anni, tremanti d’emozione, provenienti da Valka, Estonia. Sono le stagiste di un giovane magnate russo erede della Painstav Inc. che dopo aver pagato il loro lavoro ha voluto aggiungere come regalo un biglietto per il concerto di Madonna a Roma con un pacchetto di viaggio completo, conoscendo la passione per Madonna delle due ragazze.<br />
I restanti due posti, accanto a quello vuoto, erano occupati da due oscene personalità che avrebbero dovuto da molti secoli sollevare definitivamente questo mondo dalla loro presenza ma che, una tantum, in occasione di eventi che paiono dover passare alla storia, ottengono dalla segreteria amministrativa di Satana il permesso di incarnarsi e trascorrere ventiquattr’ore da comuni mortali. Uno dimostrava circa cinquant’ anni, era grassoccio, stretto in una giacca doppiopetto nera con camicia, cravatta, gilet tutto nero, con la coccardina rossa anti-aids sul risvolto. Le dita della mano sinistra infilzavano una serie di grossi anelli metallari con teschi e ossa, le dita della mano destra reggevano un bicchiere di plastica.<br />
L’altro, più alto, molto più magro e con qualche anno di più, indossava un t-shirt nera di Nina Hagen e pantaloni di pelle che terminavano ficcati negli anfibi. Con una mano reggeva un cucchiaio con sopra un cubetto di zucchero, mentre l’altra, con il polso tremante marcato da violacei segni di corda, cercava con attenzione di versare dell’assenzio che fluisse sul cubetto di zucchero per essere poi raccolto nel bicchiere di carta del suo compare, che intanto gli chiedeva:<br />
– E quella piccoletta, Leopold? Quella piccoletta ti piaceva?<br />
– Quale intende, Marchese?<br />
Il bicchiere si era riempito e il Marchese iniziava a sorseggiarlo.<br />
Leopold Von Sacher Masoch poggia la bottiglia a terra, infilandoci il cucchiaino, e guarda torvo il suo amico, visibilmente infastidito dalla domanda.<br />
– Su, Leopold, non fare quella faccia. Mi riferisco a quella marine piccoletta con i capelli corti neri, che teneva l’iracheno al guinzaglio… l’avrai di sicuro vista in qualche foto.<br />
– Ah, si. Credo… credo di avere capito. Ebbene, cosa vuol sapere?<br />
– Leopold, Leopold… non fare il finto tonto col tuo buon vecchio amico. Mi hai capito benissimo. Ti ho chiesto se ti piaceva, se ti eccitava vederla in azione con un uomo nudo al guinzaglio. Avresti voluti essere tu nudo e umiliato ai suoi piedi? Quell’immagine ti dava la stessa eccitazione che a Severin dava Wanda, quel sentimento che nei tuoi lavori chiami “suprasessualità”?<br />
Von Sacher-Masoch ascoltava il Marchese cercando di sgozzarlo con l’odio del suo sguardo.<br />
– Marchese. Marchese mi auguro… mi auguro di cuore che lei stia scherzando. O devo supporre che la resistenza all’alcool le si è a tal punto abbassata che pochi sorsi le hanno già fatto del tutto perdere il senno. Quello che io intendo per suprasessualità…<br />
– Quali pochi sorsi bestia d’un Leopold? Prima che c’incontrassimo avevo già fatto fuori due bottiglie sane d’un maelstrom di liquame spacciatomi per vino in una bettolaccia là fuori, aspettando quel farabutto drogato del nostro amico. Che ancora non si fa vedere.<br />
– Marchese. Marchese… la prego non mi interrompa. Dicevo che lei mi offende profondamente se intende paragonare Wanda, icona del divino femminile per eccellenza, dea oggetto di adorazione da parte di ogni …<br />
– Wanda: espediente letterario che non ha ancora trovano una personificazione in tutti i trecento anni che la vai cercando, Leopold. Dacci un taglio, per cortesia, e riempimi il bicchiere.<br />
Von Sacher-Masoch gli versa nervosamente un po’ di assenzio nel bicchiere, poi ci butta dentro una zolletta di zucchero e prosegue.<br />
– Non è affatto vero. Se lo rimangi! Ho trovato… ho trovato le mie Wanda in ogni epoca e in ogni luogo. Quello che le stavo obiettando, se mi lascia finire, è che non ritengo affatto lecito che lei paragoni una donna dotata di sovrumana sensualità, intelligenza e carisma dominante come la mia Wanda a quell’ottusa nazista di Abu Ghraib e a quegli assassini in divisa, e poi, in ogni caso…<br />
Il Marchese tende il bicchiere di plastica già vuoto a Leopold e lui riposiziona cucchiaio, zolletta di zucchero, bottiglia e versa.<br />
– In ogni caso, dicevo, stiamo parlando di orrendi crimini di guerra, non dei sublimi giochi di ruolo della passione. E poi, caro Marchese, mi spiega perché lei sta insistendo da due ore su Abu Ghraib, Guatanamo eccetera? Dica la verità, mio buon amico giacobino, non è che è proprio lei ad essere eccitato da quelle immagini di volgare crudeltà? Quei corpi ammassati, inermi, le risate dei… le risate dei carcerieri nell’infliggere brutali pestaggi o torture eleborate, torture fisicamente e cerebralmente devastanti? Su, dica la verità… Quello è il sadismo per eccellenza… e il termine è coniato su di lei, mica su di me. Non si immedesimava in quei marines con totale licenza di crudeltà? Non avrebbe voluto disporre anche lei di corpi umani indifesi dei quali fare scempio in allegra compagnia? Non li ha invidiati neanche per un secondo?<br />
Il Marchese si gira verso Leopold.<br />
– Leopold.<br />
– Si.<br />
– Me lo stai versando sulla gamba.<br />
– Oh, mi scusi Marchese.<br />
– Va bene anche sulla gamba, purchè non ne lasciamo neanche una goccia a quel farabutto che tarda così vergognosamente ad un appuntamento preso tanti anni fa.<br />
– Giusto, Marchese. Ecco fatto. Quest’ultimo sorso me lo faccio io.<br />
– Accomodati Leopold. Dunque, ora cercherò di risponderti. Di risponderti distruggendoti. Mio caro amico socialista, io affermai pubblicamente che la proprietà, il potere e la ricchezza non devono restare nelle mani di pochi, specie di quei pochi che lo mantengono stretto con pugno di ferro e con leggi a loro vantaggio. La monarchia mi buttò nel carcere di Saint-Lazare e poi nel manicomio di Charenton. Con la vittoria della Rivoluzione sedevo nei banchi della Convenzione alla sinistra di Roberspierre, ma mi sono rifiutato categoricamente di firmare qualunque condanna a morte, perché lo Stato non ha il diritto di uccidere i suoi cittadini. Sono stato incarcerato e mandato in manicomio, stavolta a Picpus, anche dai giacobini.<br />
Roberspierre in persona mi ha condannato alla ghigliottina per la mia opposizione alla pena di morte e perfino Napoleone, dopo aver letto i miie pamphlet contro l’orrore della guerra, si è interessato a me, chiedendo che venissi internato di nuovo e poi fucilato. Eppure io non ho mai torto un capello a nessuno. Mai fatto un duello, neanche un scazzottata in osteria né tantomeno uno stupro. Tutte condanne per i miei scritti, per il mio stile di vita, per essermela goduta e per aver sputato le mie idee in faccia agli aristocratici, al Terrore e a Napoleone.<br />
É vero che ho amato e amerò sempre il libertinaggio e la limpida liberazione dell’anima tramite le infinite possibilità della sessualità, ma questo è perchè il nostro corpo è la Chiesa dove la Natura chiede di essere riverita, Leopold. Il nostro corpo è la Chiesa dove la Natura chiede di essere riverita. Ma se ho sedotto e corrotto innocenti, conducendoli nelle più luride e magnifiche depravazioni, ho sempre dichiarato di averlo fatto per il mio personalissimo piacere. Lo faccio perchè è la mia passione. E le passioni dell’uomo sono semplicemente i mezzi di cui la Natura si serve per conseguire i suoi scopi. Ciò che ho fatto di turpe e di vizioso l’ho sempre ammesso con fierezza, non ho agito perché “eseguivo gli ordini” o “per ripristinare la democrazia” né perché “sotto pressione” ma solo e autenticamente perché sono un lurido porco. Oink! Almeno io lo dico apertamente. Il problema è che la storia mi ha relegato nel suo capitolo più oscuro, mentre a quei criminali di guerra li saluta come eroi e come combattenti per la democrazia. C’è gente che dopo di me ha buttato la bomba atomica, le ideologie e le religioni hanno spazzato via milioni di vite umane nel secolo scorso e nelle dittature africane ci saranno una dozzina di olocausti che tra torture e omicidi proseguono in tutta tranquillità mentre noi parliamo. Eppure, per quattro sozzerie che ho vergato nei miei libri, è il mio nome ad essere il sinonimo mondiale della crudeltà. Ma delle mie battaglie contro guerra, pena di morte e patriarcato, solo Simone de Bouvoir e Apollinaire osarono accennarne. Ma me lo merito, Leopold, me lo merito perché anch’io un crimine l’ho commesso. Il crimine di aver riportato con accuratezza i sogni perversi e i desideri repressi della psiche degli uomini e delle donne civilizzate, uomini e donne che vivono nei meccanismi del comando e della sottomissione, della disciplina e della punizione, dell’ansia di esercitare dominio schiacciando il più debole. Sublimare questi istinti e pulsioni nei languidi giochi e nelle passioni sessuali avrebbe evitato che questa società si irrigidisse davvero in violente caste e gerarchie di padroni e servi. Io nei miei libri ho semplicemente messo a nudo i meccanismi mentali sui quali si regge la società civilizzata, e loro mi hanno crocefisso come se io impersonificassi tale orrendo sistema. La libertà ha sempre fatto paura. A proposito… ora che ti ho distrutto, vorrei farti una confidenza.<br />
– Mi dica… mi dica, mio logorroico Marchese.<br />
– Nel posto dove torneremo tra qualche ora, il mese scorso, incontrai Adolf Hitler. Lo fermai, gli avrei voluto chiedere mille cose, ma riuscii a fargli solo una domanda: “Come è stato possibile? Come ha potuto il tuo popolo lasciarti fare quello che hai fatto?”<br />
Lui mi rispose sorridendo: “Credevano che sarebbe stato più saggio obbedire ciecamente a qualcuno, persino a me, piuttosto che rischiare di ottenere una libertà che non conoscevano”.<br />
Poi davanti ai due vecchi amici, sbuca Gigliola, con un accendino in mano.<br />
– Ciao… che avete ‘na sigaretta?<br />
– Una… sigaretta?<br />
– No noi non…<br />
– Vabbè dai, mo la intacco… Ehi, ma a voi l’hanno fatta portare la bottiglia di vetro! Io ho dovuto mettere una boccia di Borghetti in due mezze di acqua minerale. Dove ve la siete imboscata, nelle mutande? O siete i nonni di Madonna? Dai non vi offendete… facciamo gli zii su… Ehi, ma mica per caso questo posto vuoto accanto a voi…?<br />
– Be’ veramente – balbetta Leopold – staremmo aspettando William Blake.<br />
Gigliola scoppia in una risata<br />
– Oddio che matti che siete e poi ‘sto Blake oggi mi perseguita… dai, scemo, è libero o no?<br />
– Si è libero. Quel drogato si sederà in terra.<br />
Risponde risoluto De Sade.<br />
Leopold estrae un fazzoletto e pulisce il sedile.<br />
– Si accomodi signorina.<br />
– Piacere, io sono Leopold Von Sacher Masoch.<br />
– Piacere, io sono Alphonse Donatien De Sade – poi la guarda negli occhi e sorride – Sono il Divin Marchese.<br />
– Piacere io sono Ghigliottina 82.<br />
De Sade impallidisce. Sacher Masoch inizia a balbettare e si alza in piedi.<br />
– Ghigliottina? A cosa… a cosa allude?<br />
– Niente è il mio nick, il mio soprannome… se pure voi eravate sul forum di Madonna magari avevate letto qualche mio post.<br />
Poi si siede<br />
– Mi dai un sorso d’assenzio pure a me?<br />
– Prego.<br />
– Grande… oddio aspè, mi sta a squillà il cellulare mi sa che è Francescomaria.<br />
Ghigliottina 82 inzia a parlare a raffica al telefonino e Leopold approfitta per disimpegnarsi e rivolgersi al Marchese.<br />
– Ghigliottina… bah, secondo me è Blake che ci sta a fare uno scherzo.<br />
– Non credo proprio Leopold. Guarda il rigonfio dei miei pantaloni. La mia verga sa ancora distinguere una morbida fanciulla in carne ed ossa da uno spettro.<br />
– A me non dice nulla. É una ragazzina trasandata e superficiale.<br />
– Ma come sei esigente amico mio! E va bene, allora dopo il concerto andremo a trovare questa Madonna. Faremo due chiacchiere con lei e magari potrai candidarti ad essere suo schiavo. Una donna del genere la meriterebbe la tua devozione o mi sbaglio?<br />
– Si sbaglia e di grosso. Marchese, la prego… la prego non prenda quest’abbaglio. Questa cantante è tutta immagine. Secondo me a letto è come una qualunque stanca donna di mezz’età in pantofole. Anzi peggio. Troppo ossessionata dalla sua ginnastica e dal suo apparire per potersi davvero dedicare al piacere. Sfrutta il nostro immaginario, quello che io e lei abbiamo creato con i nostri scritti, solo perché l’aura di trasgressione l’aiuta a vendere dischi.<br />
– Be’, Leopold, se il nostro immaginario è ancora fonte di trasgressione dopo quasi trecento anni, vorrà dire che la sua forza è autenticamente dirompente, che si allaccia alle più forti e naturali passioni umane. Vuol dire che avevamo ragione noi.<br />
– Io, Marchese, non gioirei per la permanenza in un cono d’ombra “trasgressivo” di qualcosa di naturale come la sessualità. Al contrario, mi rattrista molto una società che rinchiude ancora tali linguaggi di libertà, passione e piacere nella cantina dello strano.<br />
– Ma è comunque un messaggio positivo, quello di questa Madonna, visto che diffonde a un numero così grande di persone delle forti, vivaci e libere immagini sessuali. A lungo andare lo farà diventare accettato e accettabile da tutti. É una battaglia in favore delle nostre stesse idee di libertà e di naturalità.<br />
– Ma quali idee, Marchese, questa è una battaglia solo in favore della sua pecunia. Noi abbiamo patito la galera e il manicomio per le nostre idee. Lei ci usa, non ha capito? Ci usa per vendere i suoi dischi. Ti sembra forse una pensatrice illuminista e socialista come noi? Lei vende dischi e basta. Se atteggiarsi a sporcacciona fa vendere di più, che si scodinzoli pure un bel frustino.<br />
– E se pure fosse, che male fa, Leopold? É divertente, e non promuove mica idee di guerra o di morte. Solo ludiche possibilità di divertimento sessuale. Che le pratichi davvero o no cosa c’importa. Lei amplia l’orizzonte simbolico delle ragazze e dei ragazzi che vanno ai sui concerti. Noi vivevamo questi rituali nella più assoluta clandestinità e con la paura dei gendarmi e della forca. Lei ha sdoganato questi temi, e che gioia vederli immensi, chiari e condivisi da centinaia di migliaia di giovani. Caro Leopold, lei diffonde alle masse i nostri simboli, lei ci fa vivere ancora e magnificamente dopo tutti questi anni.<br />
– Bah. Io i miei gusti preferirei… preferirei condividerli con calma e interiorità nel privato. La propria sessualità non è una messa, né il comizio di un partito. É qualcosa che va vissuto intimamente.<br />
– Leopold, sei proprio un ebreo. Tirchio di emozioni come loro lo sono con i soldi.<br />
Gigliola chiude finalmente il telefonino e subito si tuffa nella conversazione.<br />
– Ehi che state a dire dei soldi? Volete fa ‘na colletta per n’altro po’ d’assenzio? Io ci sto, ciò tre euri…<br />
– No no, non si preoccupi signorina, abbiamo un sacco di altra roba da bere.<br />
– E già, voi siete nobili. A proposito, a te che ti piace tanto De Sade, dimmi ‘sta cosa: ma la frase “la via dell’eccesso porta al palazzo della saggezza” è di Blake o di De Sade?<br />
– Temo che sia proprio di quel drogato inglese. Anche se è un’affermazione che mi trova pienamente d’accordo.<br />
– Che palle, allora aveva ragione Manuela… quel Francesco m’ha fatto fare no sbianco… ma che stavate a di’? Di che si parla? O, avete visto queste due sedute dietro? Sono russe chissà che ci stanno a fare qua… una cià dei tagli sulle braccia, vuol dire che si voleva suicidare… be’ se ti vuoi suicidare va al concerto di Gigi D’Alessio, che ti viene più naturale, cazzo!<br />
E guarda i due tipi che non sembrano aver capito la battuta.<br />
– Ok, ma che ho interrotto un discorso importante? Che vi stavate a dire? V’ho sentito a parlare di ebrei, di Hitler… mica siete fasci oh?<br />
– Fasci? – risponde Leopold – veramente noi ci stavamo chiedendo se lo spettacolo di Madonna provocasse un convinto proselitismo libertario o fosse solo un espediente velleitario per…<br />
– O ma che so’ ‘sti discorsi pizzuti, guarda che stai a un concerto, mica a Super Quark!<br />
– Super… Quark?<br />
– Zitto, Leopold, ha ragione lei. E adesso piantala, per favore, che inizia lo spettacolo.<br />
– Spettacolo? A nonno, questo è un concerto!<br />
– Shhh. Zitta pure tu.</p>
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		<title>IL VANGELO DEL CONSUMO</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:14:53 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Leggi un racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Alcuni stralci dal Catechismo del Consumo “Vangelo secondo il Centro Commerciale” rinvenuti dal biodroide scout Rt-9 nella ricognizione ai confini sud-est del deserto radioattivo Cesium 137 dove, fino al primo quarto del XXI secolo, sorgeva l’Occidente terrestre. Le origini del Consumo illustrate ad un povero di spirito condannato alla lapidazione per il furto di una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Alcuni stralci dal Catechismo del Consumo “Vangelo secondo il Centro Commerciale” rinvenuti dal biodroide scout Rt-9 nella ricognizione ai confini sud-est del deserto radioattivo Cesium 137 dove, fino al primo quarto del XXI secolo, sorgeva l’Occidente terrestre.</p>
<p>Le origini del Consumo illustrate ad un povero di spirito condannato alla lapidazione per il furto di una Playstation (dal Vangelo secondo il Centro Commerciale cap. 21,28-32).</p>
<p>… quindi, di Sabato, il Signore nostro Dio, la prima e più perfetta marca, la marca per eccellenza, una volta creata una terra priva di qualunque attrattiva, compra delle mele dalla dea della fertilità anatolica Cibele. Alcune le mangia lui; tre, invece, le rivende a prezzo solo lievemente maggiorato a Satana. Satana – archetipo, nella magra forma di un serpente, della malvagia sottomarca da discount per sottoproletari – ne mangia solo due e decide di rivendere la terza ad Adamo, in cambio della sua forza-lavoro. Satana, infatti, vuole piantare alberi di mele nell’Eden per esportarli all’Inferno dove, con tutto quel caldo, crescevano solo kiwi e papaye. Mentre ara e semina la terra, l’onesto lavoratore Adamo viene molestato da Eva, icona della consumatrice ingorda ma esigente, che vuole quella mela così bella, tonda e rossa.<br />
«Ma aspetta che crescano gli alberi, dio buono! Ce ne saranno centinaia, ce ne abbufferemo!» dice Adamo.<br />
«No. È bella. La voglio adesso» ribadisce Eva.<br />
Il protocollo del progresso umano, basato sulla compravendita (iniziata da Dio, marca originale e unico venditore all’ingrosso, e proseguita con gli umani da Satana, la sottomarca), avrebbe dovuto perpetuarsi con Adamo che rivendeva a sua volta la mela a Eva la quale – non avendo denari né un granché di forza lavoro – avrebbe ricambiato Adamo con una congrua quota di favori sessuali. Quel fesso fricchettone di Adamo, invece, ad Eva la mela gliela regala, interrompendo il patto commerciale iniziato dal Signore e incorrendo nella sua collera fino a essere scacciati entrambi dall’Eden. Il momento fondativo del Catechismo del Consumo appare in questo modo un po’ triste, ma tra di noi ci sono anche le feste felici, come il Natale, cioè la Festa Nazionale del Consumo, dove al centro dell’adorazione non è più la Sacra Famiglia ma i tre magi commessi viaggiatori. Questi, dai tre angoli del mondo conosciuto, vengono informati da una stella cadente, simbolo dello spionaggio industriale: “grossi affari in medioriente!”. Danno quindi inizio al commercio internazionale portando al Re dei Re a Betlemme, in Palestina, cataloghi di pannolini e prodotti per la prima infanzia. Dopo queste parabole, devi conoscere i sacramenti, che marciano di pari passo con la crescita e l’educazione del giovane compratore. Con soli cento punti-spesa sulla tua Carta Clienti d’Identità clienti puoi ricevere il battesimo, che consiste nel marchiarti la chiappa sinistra con un bel codice a barre ricavato dal tuo nome. Con 500 punti riceverai la cresima, ma non potrai sposarti se non hai accumulato almeno 1200 punti. Matrimoni, per così dire, riparatori, si possono celebrare anche con 900 punti, ma si deve recuperare con una lista di nozze extra lusso. Per l’estrema unzione, invece, ci vogliono… a proposito, giacché tu devi morire… quanti punti Cliente hai?</p>
<p>David l’acquirente viene guidato tra le meraviglie delle miniere di Salomon Auchan (VCC 53,21-35).</p>
<p>Scivolammo sotto una piccola arcata accanto al privè e ci ritrovammo in una saletta esagonale illuminata con al centro un tavolo colmo di alambicchi e una specie di grande ampolla collegata, tramite tubi, a diverse sfere di vetro con dentro del liquido in ebollizione. Rubinetti, contagocce, due bariel pressurizzati in vetro e una fila di provette. Tutto immerso nell’allegro rumore di un continuo ribollire. In realtà capii subito, ma lasciai che me ne parlasse Re Salomon Auchan in persona, per non interrompere la carica positiva del suo tono inebriato.<br />
«Questo modello in scala ridotta, perfettamente funzionante, riproduce il sintetizzatore del gas segreto che viene da sempre diffuso in ogni centro commerciale che si rispetti: l’Assenzio dell’Acquisto. Quel gas assolutamente incolore e inodore che circola permanentemente in ogni reparto per essere fatto inconsciamente respirare ai clienti nei loro giri. È il famoso gas che conduce a quella bizzarra ma utile turba mentale per la quale entri in un ipermercato con l’intenzione di comprare un pacco di farina e del latte parzialmente scremato ma poi torni a casa con un triplo lettore divx con home theatre e schermo da cinquanta pollici a cristalli liquidi in offerta, un cluster di sette Xbox in promozione, tre mensole di granito praticamente regalate, la racconta delle orazioni di Roosvelt a un prezzo ridicolo e che oltretutto ti garantisce l’omaggio della biografia di John Lennon scritta al contrario per evocare Satana. Naturalmente il gas va dosato per riequilibrare le vendite da un reparto che va alla grande ad uno che fa pochi affari del tipo: Abbiamo decine di paia di slip commestibili ancora invenduti… intensifica il gas nel reparto slip commestibili e abbassalo in quello canottaggio!. Queste sono le strategie dell’acquisto a catena che ci hanno portato all’odierno potere parareligioso. Ora usciamo, ti faccio vedere uno dei miei pezzi preferiti».<br />
In una stanzetta illuminata da un fascio di luce gialla, sopra una colonnina lavorata, luccicava quello che mi pareva un grazioso forno a microonde collegato a quattro batterie ad acido.<br />
«Bello, eh? L’ho ribattezzato il fornetto del “non tutto il male viene per cuocere”.Ti spiego. Alcuni giorni dopo la distruzione di Bologna ad opera degli androidi anti-lavavetri del Buddista Nero, rivoltatitisi contro tutta la città, fu sperimentato per l’ennesima volta un congegno che avrebbe dovuto permettere viaggi temporali. Quel giorno ci fu un successo iniziale. Il congegno poteva permettere il viaggio nel tempo, ma solo a creature piccole come gattini o neonati e comunque fino a non più di dieci giorni nel passato. Inutile ai fini della salvezza dell’umanità, ma utilissimo per tutte le nascenti città-ipermercato commerciali. Grazie a questo prodigio, possiamo portare i prodotti ormai scaduti dieci giorni indietro nel tempo fino a quando erano ancora acquistabili. E smerciarli a prezzi rasoterra. Discreti guadagni e tanta salute in più ».</p>
<p>Il monito della saggia madre alla figlia primogenita che va in sposa ad un uomo che vive oltre le Mura di Gericoop, la città-centro commerciale (VCC 43,9-15).</p>
<p>Tesoro, fuori non è come qui dentro le mura di Gericoop. Nessuna sorridente ragazza sui pattini passerà a suggerirti dove andare e se camminerai tra gli alberi dopo il tramonto e se qualche lugubre individuo aprirà davanti a te il suo impermeabile chiedendoti: vuoi assaggiare? be’, credimi, tesoro: non è un promoter. Sul continente, oltre le mura del centro commerciale, le distanze sono enormi, la scelta è limitata e non avrai alcun potere nonostante i tuoi punti-fedeltà sulla Carta Clienti d’Identità. Il giorno che alzerai gli occhi e al posto degli arabeschi di neon del soffitto troverai il cielo, non credere a chi ti racconta la favola della natura e della libertà. Quelle nuvole sono algoritmi e quelle stupide rondini ologrammi, che vendiamo pure noi, a soli 5 euri l’una, nel reparto Holoworld di papà.</p>
<p>Il canto d’amore della giovane cassiera del reparto articoli da regalo per redditi medio-alti innamorata all’addetto sicurezza del reparto cellulari monodimensionali (VCC 69,11-19).</p>
<p>I miei sogni danzano al ritmo della luce elettrica, la mia vista vuole perdersi tra ciò che io posso acquistare.<br />
Io sono ciò che compro, vivo per possedere.<br />
Quando vendo mi arricchisco, quando compro mi arricchisco.<br />
Quando porto a casa un buffo animaletto di cristallo disegnato da Vivienne Westwood mi arricchisco.<br />
Io sono di più, se ho un buffo animaletto di cristallo disegnato da Vivienne Westwood. Quel buffo animaletto di cristallo disegnato da Vivienne Westwood mi da il buonumore.<br />
L’acquisto è cibo per la mia anima.<br />
E lo è anche per te, lo è per tutti, piccolo mio, ma non posso seguirti fuori dal reparto che amo e che rappresenta il mio unico vero orizzonte. Ma ti voglio tanto bene e ti mando un bacio. Vieni a trovarmi quando vuoi. Faccio la cassiera, sono solo una dipendente, ma penso che un bel whisky potrò offrirtelo comunque. In bicchieri progettati da Fuksas e con cubetti di ghiaccio firmati Roberto Cavalli, naturalmente.<br />
E se berrai tanto, amore mio, e se ti ubriacherai… stanne certo: sarà una sbornia di marca…”.</p>
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		<title>TERMINAL STORY</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:13:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ilvescovo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggi un racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[1.Quarantadue ferite davanti allo specchio. -Signorì, è possibile ‘na bottiglietta d’ acqua? Chi si -Lissia o gazata? Ho lasciato da due anni la mia famiglia a Kladno, vicino Praga, per partire alla volta dell’ Italia. Non ero mossa da disperazione o povertà. Partii perché volevo assaggiare questo paese dal quale sin da piccola mi sentivo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>1.Quarantadue ferite davanti allo specchio.</p>
<p>-Signorì, è possibile ‘na bottiglietta d’ acqua?<br />
Chi si<br />
-Lissia o gazata?<br />
Ho lasciato da due anni la mia famiglia a Kladno, vicino Praga, per partire alla volta dell’ Italia. Non ero mossa da disperazione o povertà. Partii perché volevo assaggiare questo paese dal quale sin da piccola mi sentivo così attratta ed incuriosita. Per dodici ore al giorno vivo nel chiosco del piazzale dei pullman di Pescara, il Terminal. La mia libertà si esercita negli ottanta centimetri di distanza tra il bancone di plastica rossa davanti a me e la parete dietro, con il fornetto per i panini e le mensole con le bottigliette di succo di mela a temperatura ambiente. Questo bancone rappresenta, al contempo, il limite della libertà dei drappelli di clienti. Affamati, assetati, frettolosi, infuriati, oppure dei soavi perdigiorno d’ ogni razza che colorando le mie giornate. Colori, odori. La posizione del sole e la densità delle nubi colorano di luce diversa la mia pelle e i miei vestiti, ma l’ odore della mostarda e del mortadellone sudato accanto al domopak è immutabile, sempre prepotentemente identico. Lateralmente, invece, potevo spostarmi di ben tre metri, andando dalla piccola cassa fino alla porta bianca che dà sul retro, dove abbiamo un frigorifero Rex No Frost la cui maniglia regala una volta su tre una scossa elettrica che ormai utilizziamo al posto del caffè, e un ripostiglio dove puoi farti strada tra le ragnatele solo menando severi fendenti di machete.<br />
Un granchio.<br />
Si dice così, no?<br />
Metà della mia vita la passo scivolando di lato come un granchio.<br />
Un granchio con cento braccia, mille mani e centomila dita. Stappa la bottiglia, versa il caffe. Il resto presto, il resto! E poi sorridi, stacca lo scontrino, suda, suda e risuda. Chitina, collagene, morse strette, precise. Cento braccia, mille mani e centomila dita per fare tutto, farlo in fretta e farlo bene.<br />
-O ma mi stì sentì? Do’ ciai la testa stasera, stellì ? Ho detto liscia. Una bottiglietta d’ acqua liscia e un bicchiere, grazie.<br />
Gatti, solo gatti. Dipinge e ha dipinto solo quadri con gatti. Sin da quando era ragazzo. Spesso, accanto ai gatti, dipinge le caviglie e i piedi di quella che dovrebbe essere la padrona. Quasi sempre piedi nudi con smalto rosso scuro. Gatti di tutti i tipi, con panorami di notti oppure di luminosi mezzogiorni, di tetre montagne o di spiagge dalla fine sabbia brillante. Gatti inquietanti, gatti a volte troppo grandi per essere gatti, o con sguardi troppo maligni per essere creature di dio, oppure gatti giocosi, pigramente appisolati ai piedi della padrona, o a giocare con la luce e le farfalle. A volte dipinge solo un particolare del gatto: una zampa, un occhio, un orecchio a punta o la schiena che si staglia contro un tramonto sulla spiaggia caraibica, maghrebina o su quella di Mergellina, davanti a Castel dell’ Ovo. Altre volte dipinge solo una coda che guizza in una camera da letto del futuro, lucente d’ acciaio e fredda nelle geometrie.<br />
E la prima volta che Leo prende acqua al posto del suo solito vetrino. Quattro, cinque, sei al giorno. Non tutti da me, a volte mi tradisce per quello del bar affianco a Feltrinelli. Lo vedo anche un po’ spaventato, credo stia tremando, e ha gli occhi spalancati.<br />
-E no stai bene Leo?<br />
-No. Guarda quà e pure quà.<br />
Mi mostra tre chiazze scure, sottili, come delle buie ferite alla base del collo. Anche il dorso della mano destra aveva quella macchia.<br />
-Il fegato – mi spiega – è sicuramente il fegato, troppi caffè. Per qualche giorno solo acqua. Spero non le veda mio figlio, quello è un rompicoglioni come pochi. Sono già le sei e mezza, no? Tra due ore vado a nanna, ciò già un sonno che crepo, rinuncerò al vetrino della buonanotte.<br />
-E Leo ecco l’ acqua. E siedite un pò tranquilo.<br />
Anche la settimana scorsa Leo aveva quelle strane chiazze. Poi gli sono scomparse e ora ce l’ ha di nuovo. Martedì. Era sicuramente un martedì come oggi perché avevo il turno fino a mezzanotte. Boh, sarà allergico ai martedì, che vuoi che ne capisca una povera ragazza-granchio.<br />
Riflettendoci, perché sottovalutarmi?<br />
Non sono un granchio.<br />
Sono la dea Kali.<br />
La Nera. La sposa di Shiva.<br />
Veloce e perfetta, resto immobile al centro. Le mie braccia lunghe fanno tutto. Ferme, forti, veloci. La mia testa dritta, alta, ferma.<br />
Le mie braccia arrivano ovunque.<br />
Sono Kali, dea della morte e della distruzione nel pantheon induista.<br />
Al collo Kali indossa una collana di teschi umani, io il fazzuolo rosso con il logo del Terminal. Le sue quattro braccia sinuose come robuste serpi vengono raffigurate grondanti sangue, le mie gocciolano solo sudore, al massimo un po’ di ketchup.<br />
Il mio autoritario volto di Dea guarda oltre le teste dei miei thug, dei miei clienti umidicci e spettinati, oltre i cappelli da skater, oltre le crape pelate, oltre i dread colorati, oltre i bei capelli rossi rossi come onde d’ incendio di quella ragazza che fa la supplente di biologia e distribuisce sempre volantini di proteste e manifestazioni. Orde di thug, lingue si allungano ad afferrare i sacchetti di patatine dietro di me, bambocci che assaltano frigobox dei gelati, ma io li agguanto a distanza per la collottola grazie ai miei stupefacenti arti mutanti.<br />
Fermo il mio sguardo. Il pullman Carinci delle 18 da Roma marcia dritto verso i miei occhi. Lo guido come fossi un faro verso di me, finchè si ferma dove deve fermarsi, finchè si ferma dove il mio sguardo lo conduce a fermarsi.<br />
Ma quale Dea Kali.<br />
Sono solo un granchio.<br />
Una povera stanca ragazza-granchio.<br />
Per giunta immigrata.<br />
Alla fine mi trovo bene a lavorare quì a Pescara. Imparo l’ italiano, alzo due soldi per l’ affitto, per i cd, per le magliette e il resto lo metto da parte per un nuovo tatuaggio e per andare a novembre a vedere i Rammstein a Berlino.<br />
-Du…du hast mich…<br />
Non vedo l’ ora.<br />
Ci saranno migliaia di persone, mi schiacceranno come un granchio sotto mille anfibi.<br />
Venderò caro il mio guscio tatuato.<br />
Fino ad ora a tatuarmi è stato sempre e solo Pierre, l’ unico ragazzo con cui abbia avuto una storia seria, bella, completa, durata sei anni e mezzo. Un fumettista bretone che viveva nel suo studio di tatuaggi a Praga. Il primo tatuaggio che mi ha fatto è stato un asso di picche parecchio barocco al centro della schiena. L’ ultimo uno spicchio di luna calante, uguale a quella che c’ è ‘sti giorni, attorno alla spalla sinistra. In quel periodo le cose tra noi iniziavano ad andar male. Sapeva che sarei partita ma era anche consapevole che la storia sarebbe finita comunque. Una luna calante.<br />
Pierre aveva grandi occhi scuri, dolci, ma a volte pareva nascondessero una ferocia che mi spaventava. E’ stata l’ unica persona che io abbia mai amato fino a quando, un mese, fa non mi scoprii innamorata del mio giovane padrone di casa, Vittorio. Il solo pescarese che si sia fidato di affittarmi un appartamento.<br />
Appena avvertono il mio accento straniero, mi chiedono da dove vengo e appena gli rispondo che sono di un paese vicino Praga:<br />
-Per carità! Albanesi di merda tornatevene a casa!<br />
Allora ho iniziato a dire che sono di Berlino, o di Londra, ma per lo xenofobo ogni immigrato viene sempre e comunque da Immigronia, terra non meglio precisata che sforna solo ladri, drogati e mignotte.<br />
Vittorio era un cliente del Terminal, ogni tanto veniva con una ragazza tanto simpatica, Alice. Lui diceva sempre che era un’ amica, ma non so. Si bevevano un paio di succhi di frutta alla mela, poi lei tornava al lavoro e lui rimaneva seduto il tempo di un’ altra sigaretta. Alice non l’ ho più vista da un mese. Lavora al centro di estetica della sorella, che aziona lampade abbronzanti, infila piercing e applica maschere di bellezza. Un mestiere quasi banale, visto che a Pescara i centri di estetica sono più numerosi dei panifici.<br />
-Ma dai, perché non me l’ hai detto prima…io ho una stanza da affittare. La casa è al piano rialzato ma è bella luminosa, e poi ha un terrazzo condominiale grandissimo, si vede tutta la città, pure una parte dei colli, poi c’ è il forno a microonde e quel coso per cuocere gli arrosticini. La tua futura coinquilina è una tipa troppo forte, è un po’ come te, ti ci troverai benone. 150 euro al mese tutto compreso. Zona universitaria, da qui colla macchina saranno dieci minuti.<br />
Effettivamente, la casa era carina. Presi la stanza, iniziai a scopare con Vittorio, e alla fine me ne sono innamorata. Mi piace, e poi è come me. Fisicamente siamo quasi identici, siamo alti uguale, poi ha la pelle bianca bianca e tanti nei come me, ha i capelli neri e odia il calcio. Solo che lui ride e sorride sempre e io mai, ma non perché sia triste, ma perché non capisco bene il dialetto e non afferro mai le sue battute.<br />
L’ aria inizia a vibrare del pesante suono delle campane, o meglio di campane.mp3 del cd del sound system della chiesa del Sacro Cuore alla destra del piazzale. I rintocchi cessano subito. Non conosco bene il codice morse delle campane. Non mi sembra ora di messa, i rintocchi erano comunque pochi e mi sembra di ricordare che tre dong annuncino la scomparsa di un uomo.<br />
Ad ogni imbrunire il Terminal viene preso d’ assalto dall’ unica comunità di rumeni al mondo che non beve né acqua né birra né vino ma solo ed esclusivamente quelle dolciastre porcherie dei Bacardi Breezer al gusto lime. Ovviamente, con quei due gradi alcolici e mezzo, per ubriacarsi devono bersene a centinaia, ma almeno alcune sere mi fanno al cortesia di buttare da soli le bottigliette vuote. Cinque rumeni che fischiano quasi tutte le ragazze che passano, anche certe orribili, ma a me non dicono mai nulla.<br />
Non mancherebbero mai di rispetto alla pupilla del professore.<br />
Roman, il professore, è semplicemente un maestro di kaval, una spece di flauto ungherese. Il mio cliente più affezionato. Tutti hanno un grande rispetto per lui. Racimola due soldi suonando quel coso con l’ accompagnamento di una qualche ingenua base incisa su cassetta. Però è bravo, a me piace tanto come suona. E mi piacciono i suoi racconti.<br />
-Sono stato in galera per ben tre volte! Sotto Hitler, sotto Stalin e sotto la vostra democrazia di merda!<br />
Dieci, venti volte al giorno il professore strillacchia questa frase tracannando senza gusto il suo ennesimo Bacardi Breezer. Ora i cinque rumeni e il professore ungherese continuano a giocare a carte al tavolino in plastica bianco e rosso della cocacola. Uno di loro alza la testa per gridare due sconcerie sgrammaticate a Angelica, il trans, che affabilmente continua a sfumacchiarsi la sigaretta e sorseggiare con grazia il suo té freddo, appollaiata sullo sgabello davanti al mio bancone. Aspetta il suo turno di lavoro, senza dar peso a nulla. Grossi polpacci lisci stretti da calze velate. Scarpe Cesare Paciotti laccate di bianco ma col tacco basso, a virgola, da signora benestante di provincia. Gonna cortissima di Prada impreziosita da pajettes dorate e verdi. Maglia aderente Calvin Klein di ciniglia elasticizzata rossa rossa. Un abbondante e tonico seno Studio Deus Chirurgia Estetica in bella mostra. Grossa schiena (di proprietà) muscolarmente compressa nella maglia. Capelli biondi acquistati su E-bay, lunghi e sfrangiati sul viso semi-seppellito. Trucco garbato, rossetto effetto seta di Collistar, abbondante ma non sbavato. Bel sorriso e bei denti in ceramica e brillantino Cartier ancora bianchi nonostante la media di quindici Marlboro rosse limited edition al giorno. Angelica non è di famiglia ricca, né fa affari particolarmente redditizi. E’ semplicemente l’ amante di un assessore, di cui però non vuole farmi il nome, della destra conservatrice. Talmente conservatrice che pare si conservi un gran numero di indumenti intimi femminili usati nell’ armadietto a chiave del suo ufficio. E, a stare con lui, anche Angelica, alla fine, è diventata una conservatrice. Si è conservata quello che lei chiama il filmatino delle sculacciate sul cellulare, con il quale ricatterà volgarmente l’ assessore quando questo si stuferà di mantenerla.<br />
Un gruppetto di ariani in calzoncini corti di jeans con enormi zaini sulla schiena larga entra nell’ Hotel Caracas accanto alla chiesa. Il grosso usciere nigeriano, col glaucoma all’ occhio destro, continua a fissare il cellulare, come se volesse ipnotizzarlo con l’ occhio buono.<br />
Sono le sette, mancano gli ultimi tre ultimi pullman. Il pullman arancione della GTM che riporta i pendolari di Pescara, con le palpebre pesanti, verso il calore delle loro piccole cucine affollate di figli, tegami e ritratti di Padre Pio, nei più reconditi recessi dell’ Abruzzo citeriore.<br />
A condurli a casa sarà sempre Giacomo, l’ autista che ha paura della pioggia ed ama Rita, una donna che passerà altri cinque anni in galera. Ogni giorno le scrive una lettera, quasi ogni giorno ne riceve una da lei. Conta i mesi che mancano, i giorni e le ore, sperando che qualche miracolosa clemenza accorci la sua distanza dalla libertà. Non gli importa che lei sia innocente o meno. I pensieri che le dedica ogni giorno non amano soffermarsi su questo argomento. Aspetta di poterla abbracciare, per la prima volta da quando ha avuto il suo indirizzo dal sito di donne sole in difficoltà. Aspetta solo il giorno di poter sentire il calore del suo corpo, finalmente libero, stringersi al suo. Tra i rombi delle macchine, la gente che ti sgomita di corsa, la puzza di smog e tutto quello che a ognuno di noi fa profondamente ribrezzo ma che per Rita è sinonimo di libertà. Giacomo aspetta quel giorno, pregando la mamma morta, pregando che il loro amore resista fino al giorno della libertà.<br />
Soprattutto, pregando che ne sia valsa la pena.<br />
Parte anche il pullman rosso per San Severo, che il lunedì mattina è stracolmo di colf balcaniche e studentesse che frequentano la facoltà di Lingue Straniere.<br />
Ed ecco il pullman azzurro della Febo Capuani. In partenza l’ ultima corsa per L’ Aquila. La corsa di quest’ ora, durante la settimana lavorativa, è deserta tranne per una giovane e carina ragazza-madre con la sua piccola figlia di circa dieci anni. Una bambina sorridente, nata a Pristina, adottata all’ età di due anni, cieca dalla nascita. Le sue palpebre sono sigillate, gli occhi non si sono mai formati, come è capitato a tante sue coetanee di quelle zone che, come dice la supplente di biologia, hanno avuto la sfortuna di nascere quando le missioni di pace seminavano nei campi, al posto del grano, l’ isotopo 238 dell’ uranio impoverito.<br />
Stamattina da quel pullman è sceso anche un uomo alto e magro, con una coda di capelli grigi che seguiva la ragazza e sua figlia. Ora quell’ uomo sta risalendo sul pullman con la ragazzina, che gli saltella accanto, ma senza la madre. Dinanzi ai gradini, la piccola si gira verso di me e spicca una corsetta. Si ferma a un passo dal bancone e allarga un bel sorriso nella mia direzione, con i suoi piccoli occhi sigillati dalle palpebre puntati verso la mia spalla sinistra.<br />
-Ti ha fatto male quel tatuaggio?<br />
Freddo alla base della nuca. Quella frase mi inietta un istante di angoscia nera. Come ha potuto vedermi la luna? Oggi porto pure le maniche lunghe, anche uno con gli occhi a posto non potrebbe mai vederla. Evidentemente gliel’ hanno detto. Forse la madre. Che stupida che sono.<br />
-No…no, piccola, solo un po’ di fastidio.<br />
-Invece a Vittorio gli fa male la gamba sinistra. E tra un’ oretta gliene fa quarantadue. Secondo me muore.<br />
Poi il padre la prende per un braccio borbottando qualcosa e la riconduce verso il pullman, gettandomi un’ occhiata profondamente spaventata.</p>
<p>2. Attraverso lo specchio.</p>
<p>Davanti alla chiesa si è raccolta una piccola folla di uomini e donne in abito scuro che si scambiano saluti e poi entrano dentro in piccoli gruppi. Sarà la centesima telefonata che faccio a Vittorio. Dovrei smetterla, so bene che a quest’ ora stacca il cellulare. Le parole di quella ragazzina mi stringono ancora la gola. Che ne sa quella chi è Vittorio? So che non è niente, ma lui non risponde e questo non può che alimentare i miei brutti pensieri. Angelica mi paga il té e decide di andare nei bagni della vicina stazione a cambiarsi per la serata.<br />
&#8211; Ma cambiati qui, nel bagno mio – le faccio.<br />
&#8211; Sto stretta, ci sbatto i gomiti. Le dive, alla toilette, devono starci comode.<br />
I cinque rumeni hanno finito tutte le mie bottigliette di Bacardi Breezer e sono passati a mettersi a giro una bottiglia di Levissima mezza piena di un vinaccio nero che non ho idea da dove provenga. Niente sghignazzi, né casino, né sguaiatezze, però. Paiono essere diventati più silenziosi, più tristi, quasi cupi.<br />
Forse un po’ dispiaciuti perché Angelica li ha abbandonati anche stasera.<br />
Il professore, mi fissa mezzo ubriaco e mi fa:<br />
&#8211; Perché ce l’ hai tanto cò sta luna, che la guardi sempre?<br />
&#8211; E, Roman è uguale al mio tatuaggio no?<br />
&#8211; Ciai tatuaggio? Tatuaggi magia dei simboli. Fa vedere…<br />
Roman mi guarda la luna e aggrotta le sopracciglia, quasi si stesse arrabbiando.<br />
&#8211; Ma cosa ti sei fatta tatuare? Io pensavo tu eri più intelligente! E’ sbagliata! Chi te l’ ha fatta ti vuole male! Ascolta il vecchio Roman, che conosce la magia del corpo, le linee di Ley che congiungono i cuori della terra e ha studiato in galera a Budapest le 97 sorti lunari di Kitâb al-Tafhîm. Quella falce di luna è terribilmente sbagliata. Chi te l’ha fatta ti odia!<br />
&#8211; E Roman non ti ci mette pure tu…ma che mi odia, me l’ ha fatta Pierre, quello me amava davvero, che ne sai tu.<br />
&#8211; Lena, ascolta me. E’ una luna nella quinta casata. E’ la casata del possesso, della prigione senza fuga. Chiunque ti ha tatuato in quel modo, vuole possederti per sempre, vuole essere certo che tu non possa essere di nessun altro. Porterai grande sventura e dolore a chi amerai dopo di lui. Con quel tatuaggio, tu sei maledetta. Pregalo di modificare il disegno, o chiunque amerai vedrà la propria vita distrutta. Solo lui può farlo. Imploralo, fai qualunque cosa purchè accetti di modificarti questo orrendo disegno al più presto!<br />
&#8211; Pierre è morto, Roman. Te l’ ho detto cento volte. Si è ucciso dopo che l’ ho lasciato, dopo che sono venuta in Italia.<br />
Colgo con la coda dell’ occhio una ragazza appoggiarsi al bancone. E’ la madre della bambina cieca. Ha due corte trecce biondo scuro un po’ sfilacciate ed è vestita con una canottierina nera e con i suoi soliti pantaloni militari con anfibi. Ha delle belle braccette, robuste, forti ma snelle, non mascoline. Noto che le ascelle non sono del tutto depilate, ma non è sgradevole.<br />
&#8211; Ciao.<br />
&#8211; Ciao, cosa ti servo?<br />
&#8211; Niente, grazie. A dir la verità sono qui per chiederti un favore.<br />
Mi poggia sul bancone un cd nella sua custodia trasparente. Sul cd ci sono scritti dei numeri col pennarello.<br />
-Cos’ è?<br />
-Un film, un dvd – e mi sorride, un po’ nervosa – io mo stò di frettissima devo scapparmene. Tu, per favore, lo daresti a un tipo che viene a prenderselo tra cinque minuti? Non lo conosco ma mi ha detto che si sarebbe vestito tutto elegante. Ti prego, ti prego, ti prego, devo andare via di corsa, tanto mi conosci vengo sempre quà…<br />
&#8211; No no mi spiace già ne è venuto uno una volta a fare queste cose mi ha detto che era un accendino e invece dentro c’era la droga<br />
-Ma che droga – gli scappa una risata che pare sincera, ma inghiotte di continuo e questo mi insospettisce. Apre la custodia, toglie il dvd, mi fa guardare dentro e sotto la plastica. Effettivamente non c’ è nulla.<br />
-Visto? Solo un dvd. Dai, su, dallo al tipo che viene adesso a chiedertelo. Poi domattina ripasso e se è tutto a posto ti porto un regalino e ti spiego tutto. Ciao bella!<br />
E scatta indietro.<br />
Io prendo il dvd, con questa data scritta sopra, e lo vado a mettere nel ripostiglio sul retro. Magari c’ è un qualche doppio fondo con un assegno o roba del genere. Ma no, non lo apro. Non mi voglio ficcare in qualche guaio da film d’ azione alla Morgan Freeman. Eppure due soldi in più non mi dispiacerebbero. Non so come dire a Vittorio che manco ‘sto mese posso pagargli l’ affitto. Pazienza, dovrà accontentarsi di nuovo dei miei sinceri pagamenti in natura.<br />
Ritorno sul davanti del chiosco.<br />
In chiesa c’ è un concerto. Sento ogni tanto un’ impennata di archi, il possente coro e un susseguirsi di ottoni che mi fanno pensare all’ Anello dei Nibelunghi di Wagner. Si, dovrebbe essere proprio qualcosa di Wagner.<br />
I rumeni sono rimasti in due, davanti a una pila di Bacardi Breezer vuoti.<br />
Chiamo e richiamo Vittorio, giusto per sentire la sua allegra voce che mi tranquillizza e mi fa fare una bella risata. Ancora staccato. Tra un po’ finisco e passo direttamente a casa sua. Intanto mi distraggo cercando con lo sguardo la mia drag queen preferita. Angelica è ai posti di combattimento. Le pajettes della gonnina brillano allo sfrecciare dei fari delle macchine. La maglia rossa di prima è stata sostituita da un top nero di fustagno Fornarina con un grosso e rosso cuore al centro, mentre le lunghe braccia sono infilate in altrettanto lunghi guanti neri Romeo Gigli Donna, un po’ laceri sulle nocche. Un bel paio di occhiali scuri Biagiotti, nonostante il sole stia ormai tramontando, le regalano un ultimo tocco di carisma.<br />
Nell’ Hotel Caracas si vanno accendendo le luci di due-tre appartamenti. Il nero alla porta è intendo a parlare con Roman, indicando il proprio cellulare. Roman lo prende in mano e cerca di risolvergli il problema. Addio cellulare.<br />
Si avvicina l’ ora di cena, devo iniziare a preparare i panini per quei pochi disperati che non hanno posto migliore dove andare a mangiare che alla nostra splendida sala ristorante all’ aperto. Menù a base di tramezzini tonno e salmonella oppure hamburger di vera carne di manzo ucciso da un contingente di escherichie coli armate di spada e stafilococco. Il tutto gustabile sotto a dei romantici quadretti in fotocopia che recitano: HACCP In base alla direttiva comunitaria 43/93/CEE “igiene dei prodotti alimentari”, si certifica che il presente esercizio…eccetera. Un gran bel falso d’ autore.<br />
Tolgo il cd dei Portishead dallo stereo.<br />
Lo rimetterò più tardi, quando sarò a casa e potrò godermeli a pieno.<br />
-All mine…you have to be…<br />
Tra un’ ora avrò finito e potrò spegnere in un bel sonno tutte le ansie di queste ultime ore.<br />
L’ odore di quella mortadella umidiccia riempie in un attimo il mio spazio vitale. Ne taglio una fetta molto spessa, carnale. La poggio sulla metà inferiore di un panino al latte e m’ affretto a seppellirla schiaccianoci sopra l’ altra metà del panino. Addio. Cerco gli stuzzicadenti per i tramezzini quando mi cade l’ occhio sul mio cellulare poggiato sul lavandino, che lampeggia per un sms della mia coinquilina arrivato un’ ora fa.<br />
-Oggi mi ha lasciato una mancia da paura! Ti vengo a prendere a mezzanotte ci facciamo due pinte all’ Irish Pub, offro io!<br />
La mia coinquilina fa la puttana.<br />
Si chiama Inka, è carina, piccola, con un visetto malizioso e una grande passione per il cinema giapponese e per Andy Warhol. Ha dei sorrisi stupendi, e li concede a tutti senza farsi pagare. Sorrisi simmetrici, perfetti, sinceri, luminosi, che contrastano con il suo abbigliamento, dai colori che oscillano tra il nero e il nerissimo. Sulla coscia, alla giusta altezza, ha il tatuaggio di un reggicalze in pizzo nero con fantasia di ragnatela. Belle manine e piedini sempre ben curati, piccoli piccoli. Riceve per appuntamento, ma poi decide dallo spioncino se aprire o meno. Niente gente volgare, sudata o aggressiva. Qualcuno fa un po’ di storie, qualcuno ne fa parecchie, ma alla fine si rassegnano tutti verso un altro numero di telefono ritagliato. E’ simpatica e le voglio bene. Spesso sono tanto tanto in pensiero per lei.<br />
Rialzo gli occhi dal telefonino. Il sole è quasi del tutto scivolato giù e il cielo è di quel azzurro intenso venato rosso sangue che amo così tanto. Chissà se riuscirò a trovare un tatuatore così bravo da imprigionare i colori di quest’ ora così profondamente emotiva tra la mie pelle e l’ inchiostro.<br />
Sul bancone ora sono poggiati i gomiti di un uomo in abito blu, con piccoli occhi porcini che si carezza la cravatta dai colori talmente orrendi e mischiati alla rinfusa che non sarebbe stata intonata con nulla che appartenga a questo mondo. Però immagino che potrebbe comunque essere considerato il tipo elegante. Meno male, mi tolgo dalle palle ‘sto dvd.<br />
-Salve.<br />
-Ciao, che desideri?<br />
&#8211; Innanzitutto mi presento. Sono l’ assessore Rater. lei dovrebbe essere Lena la ragazza dell’ Albania.<br />
-Si…no no, quale Albania, io non sono albanese sono di vicino Praga.<br />
-Vabè, cosa si scalda…non mi sembra comunque che la sua lingua madre sia il fiorentino illustre, no? Dunque…mi ascolti. Sa, un pò mi imbarazza chiederglielo…<br />
-E si, lo so, tu sei quello venuto per il film. Ora glielo vado a prende.<br />
I suoi occhi si iniettano di sangue, e inizia a parlare a bassa voce, digrignando i denti.<br />
&#8211; Quale film? Lei che ne sa del film? Di cosa parla? Cosa le ha detto Angelica?<br />
&#8211; E no ma che ne so, pensavo che era venuto a prendere una cosa, il dvd, ma che ne so io si dia una calma, mi so sbaliata.<br />
Visibilmente imbarazzato per quello sbotto, l’ assessore si ricompone.<br />
-Mi scusi. Davvero, signorina, oggi ho avuto una giunta terribile. Abbia pazienza. Volevo chiederle una cosa. Mio padre viene sempre qui da lei a prendere il caffè. E’ quell’ uomo anziano che dipinge, ha sempre al collo una sciarpetta di flanella…<br />
-Ah, si si, Leo. E’ bravo tuo padre è il più simpatico.<br />
-Si, la ringrazio. Dunque, mio padre ogni martedì mi torna a casa con delle strane chiazze nere sotto al collo, cogli occhi gonfi e lucidi. Siccome mi ha detto che di solito è lei ad avere il turno di martedì qui al Terminal…<br />
-Che pensi che lo avveleno?<br />
-No signorina per carità…è solo che vorrei sapere cosa prende…senz’ altro qualcosa che gli fa allergia, i sintomi sono quelli…se continua, però, la questione può aggravarsi, potrebbe venirgli uno shock anafilattico, lei mi capisce, è un uomo anziano.<br />
-Guarda, credimi, quì prende solo il vetrino, ma quando ariva quì ha già macchie, ce le ha da prima gliele vedo pure io. Il lunedì mai, il martedì pomeriggio tante macchie.<br />
-E’ sicura, signorina? Sono molto preoccupato.<br />
-Giuro, solo caffè. Il vetrino.<br />
-Si, come no. Vetrino al vetriolo. Il caffè se lo prende pure a casa ma non gli è mai successo niente.<br />
I piccoli occhi porcini dell’ assessore ora mi fissavano duri e stretti.<br />
-Va bene, signorina, te lo dico con le cattive. Io non so che cazzo di porcherie ci mettete qui nelle vostre schifezze, guarda quei panini che schifo chissà con che cazzo li fate. Voi state ammazzando mio padre ma stai attenta che io a te e alle tue colleghe vi ributto a mare perchè io a mio padre gliel’ ho detto e ridetto di non venire in questo posto di merda, che finchè sta monnezza la servite agli altri albanesi come voi mi va pure bene ma a mio padre nessuno lo avvelena per poi farla franca, te l’ ho detto, stai attenta, un’ altra volta che lo vedo con quelle macchie ‘sto posto lo faccio radere al suolo e lo so che mio padre ci viene quà solo per le tue smorfiette, furba puttanella chissà che cazzo gli dici per farlo tornare sempre ma stai lontano da mio padre. Mi hai capito, lo capisci l’ italiano, lo capisci si o no?! Stai lontano da mio padre o per te sono cazzi.<br />
-I cazzi sono per te, non mi piace come parli mo vattene o ti sculaccio pure io!<br />
Mi fissa negli occhi per un lunghissimo istante. Fa come per darmi un ceffone ma poi si gira e va via bestemmiando.<br />
Io scoppio in lacrime.<br />
E’ buio.<br />
Oggi è stata una giornata da incubo, Dio ti prego fa che finisca presto.<br />
Al tavolo i rumeni non ci sono più.<br />
Non c’ è più nessuno.<br />
Nessuno.<br />
È solo buio.<br />
La chiesa ormai tace, ma sui suoi gradoni, alcuni ragazzi si stanno azzuffando, credo per scherzo, accanto ai loro motorini.<br />
Angelica non c’ è più, è stata caricata.<br />
L’ usciere nero ha chiuso le porte ed è rientrato dentro.<br />
Nell’ Hotel Caracas c’ è una sola luce accesa, in un interno al cui balcone è affacciato un uomo, a petto nudo, che fuma una sigaretta e mi guarda.<br />
Mi sembra di conoscerlo.<br />
Nella sua camera la luce è rossa, di un rosso sessuale.<br />
Il cellulare squilla, è la mia coinquilina.<br />
Non le rispondo, sto troppo giù per potermi sintonizzare sulla sua gioia da ricca mancia.<br />
Due ragazzi parcheggiano una Opel sfrigolando sull’ asfalto ed escono venendo verso il mio chiosco.<br />
Manca ancora mezz’ ora ma non ce la faccio più. Servo ‘sti due e chiudo.<br />
Uno è vestito con un abito bianco e una t-shirt rosa, il massimo del fighetto.<br />
L’ altro ha un camicia rossa, pantaloni neri e cravatta sottile nera. Un po’ retrò.<br />
Si avvicinano, sono due gemelli. Uno ha un braccio rotto, legato al collo da una fascia di seta rosa come la t-shirt. Non riesce a smettere di ridere. L’ altro gli da una scoppola per farlo stare zitto, rovesciandogli un ciuffo di capelli sul viso. Hanno un viso bello, armonico, labbra rosse sottili, agili sopracciglia espressive. Uno ha i capelli rossi cortissimi, mentre quello che ride ce li ha neri, lunghi fino alle orecchie.<br />
-Ciao tu sei Lena vero?<br />
-Si, chi sei voi?<br />
-Siamo i documentaristi. Ci stappi due Du Demon? Ma prima il dvd, per favore.<br />
Mi fermo a guardarlo e annuisco. Lui accenna subito un sorriso soddisfatto. Il gemello con i capelli neri riscoppia a ridere e mi mette il nervoso. Ok. Mi levo dalle scatole il dvd, gli do le birre, chiudo e scappo a casa.<br />
Sgattaiolo sul retro e apro la porta del ripostiglio. Il dvd è poggiato sulla catasta di sedie. Lo prendo e lo guardo un attimo alla luce della luna. La gola mi si stringe di nuovo, e la coscienza prende a vacillarmi. Non avevo fatto caso che la data scritta sopra al dvd è quella della nascita di Vittorio.<br />
Cosa sta succedendo?<br />
Un istante dopo sento che qualcuno alza al massimo la radio sul davanti del mio chiosco. Ora gracchia, diffratta e a squarciagola, una vecchia e malinconica canzone d’ amore italiana:<br />
-La bianca luna che ci ha fatto sognar / si é spenta come il sole d’or…</p>
<p>3.Dietro lo specchio.</p>
<p>Lena, quella ragazza albanese che lavora al Terminal, è davvero uguale a me. Buffo che in un momento come questo mi venga di pensare a lei.<br />
Provo a sporgere il collo in avanti, lentamente, più lentamente che posso, per guardarmi le gambe. Non ci riesco. Rassegnato, ributto la testa indietro a riposare sul cuscinetto di pelle nera. Dio la gamba sinistra quanto mi fa male, sembra mi stia bruciando dall’ interno. Mi giro a destra e guardo oltre l’ ampia finestra, aperta su una splendida falce di luna calante. Tiro un sospiro. Ho ancora tanta di quella ketamina in corpo che non riesco ad avere una piena coscienza di quello che mi sta succedendo.<br />
Mi sento quasi divertito, euforico.<br />
Riesco, con uno sforzo maggiore, a ruotare un po’ il collo verso sinistra e vedo la vetrinetta con gli orecchini e i piercing. Quello con una miniatura della palla da 8 del biliardo è lo stesso che portava Lena come portachiavi. Ha la pelle bianca bianca come la mia e poi ha tanti nei, ed è alta come me. Bè io credo di essere più carino, perchè quella cià na faccia triste, non ride mai. Dice che è di vicino Praga, una cittadina con un nome strano che secondo me se lo inventa daccapo ogni volta. E’ pappa e ciccia con un vecchio rumeno. All’inizio ero certo fosse il suo magnaccia. Mi ha chiesto una stanza da prendere in affitto. Io ho una casa dove non vivo con due camere da affittare, di cui una già occupata da un’ altra mignotta. Quindi mi son detto: e vai così la buoncostume mi sbatte dentro ‘na volta per tutte. Però poi ho pensato: ma la buoncostume esiste davvero o esiste solo dei film di Totò? Ma si, prendiamone un’ altra. Sulle prime pensai che fosse stata una gran fortuna incontrarla, chi se l’ immaginava che potessi finire così? Stavo tanto bene con Alice, o almeno così mi sembrava. Non potevo farmi i cazzi miei? All’ inizio ero entusiasta, non solo perché Lena mi piaceva da pazzi, ma anche perché non trovavo un’ anima pia che mi si pigliasse quella diavolo di stanza. Era bella ampia pulita ma appena conoscevano il mestiere di Inka fuggivano via. Eppure paga sempre puntuale, lascia la casa in ordine e non ha mai avuto problemi con gli sbirri. Poi lei accetta solo tre clienti al giorno, è senza pappone e lavora non più di cinque giorni a settimana, perché il week-end le piace andare per pub, a ballare, a conoscere ragazzi tranquilli.<br />
Ogni giorno lo dedica a un tipo di clientela. Se non sbaglio il mercoledì è per i sadomasochisti, il lunedì è per i ragazzetti alle prime armi e il martedì per gli anziani. Mi raccontava che ogni martedì veniva da lei persino il padre dell’ assessore Rater. Quel vecchietto si impasticcava di viagra come tanti suoi coetanei. Iniziò però a sviluppare una certa forma di allergia a ‘ste pasticche che gli facevano venire chiazze nere dappertutto. Il vecchio si ostina a prendersele e dinanzi a certe grosse mance che lascia, Inka non è capace di dire di noi, pure se secondo me prima o poi il nonno ci lascia le penne.<br />
Nessuno voleva dividersi la casa con Inka, sono arrivato addirittura a chiedere solo 50 euro al mese per la stanza, finchè non ho conosciuto ‘sta tipa del Terminal. Le ho fatto intendere che la coinquilina era una mignotta ma lei non ha battuto ciglio. Era la conferma che era una mignotta anche lei e ho rialzato il prezzo a 150 euro. Quelle i soldi se li fanno, altrochè! Poi tutto è precipitato. Ho esagerato. L’ albanese non era la prima con la quale ho tradito Alice, ma stavolta avevo davvero esagerato. Alice ha scoperto la storia dopo avermi individuato un banale morso sull’ interno coscia. Avrei dato la colpa al mio cane, lei avrebbe scelto di crederci per non soffrire. Ma io ormai, di Lena mi ero innamorato, e a Alice ho spifferato tutto. Dell’ albanese e di tutte le altre. Mi aspettavo disperazione, botte, rabbia, lacrime, anche gesti estremi, pericolosi.<br />
Niente di tutto questo.<br />
Si ammalò in silenzio, lasciandosi morire nel dolore, giorno dopo giorno, senza dire una parola, senza accusarmi di nulla.<br />
Senza farmela pagare.<br />
Bè, ora però credo di aver pagato a dovere, voi che dite? Anche se in fondo l’ ambiente qui è carino. E’ lo studio di piercing di Dorothy, sua sorella, all’ interno di un piccolo centro di estetica. Roba new age, ti fanno i massaggio con i petali, con i sassolini, ti fanno tatuaggi all’ hennè, piercing, maschere di bellezza, cura del viso, lampade, depilazione e altre frocerie. Sono ben consapevole di meritare il suo odio. E’ giusto che sua sorella voglia vendicarsi di me. Mi meraviglierei del contrario. Ma si, perché in fin dei conti Alice consono mai stato capace di amarla veramente, diciamoci la verità. E non c’ è bisogno di consultare un manuale di Alberoni per capire che di lei amavo solo il contesto, la sicurezza sentimentale e le tettarelle.<br />
Vabè, comunque non voglio togliere il mestiere alla De Filippi. Alice l’ ho solo fatta soffrire, l’ ho fatta sentire inadeguata, incompleta, l’ ho fatta sentire a volte infantile a volte vecchia, solo perché alla fine volevo che sbottasse, che mi mandasse a ‘fanculo, perché sapevo di meritarmelo, sapevo di meritarmi il suo odio, ma questo non arrivava. Non arrivava, il suo odio non è arrivato neanche quando stava morendo. Cazzo, non è arrivato mai, ma io lo sentivo così necessario, il suo fisiologico odio per me. Alice era di un’ altra razza, che cazzo ne potevo capire io che continuo a ragionare con l’ uccello persino adesso.<br />
Alice si è lasciata morire nel proprio dolore, ma la invece, si è mostrata decisamente meno remissiva.<br />
Eppure, finchè la keta e tutto il resto che mi ha fatto ingoiare galoppa ancora nelle mie vene, il dolore rimane sopportabile.<br />
E comunque, se avessi saputo che Dorothy mi avrebbe evirato, un’ ultima scopatina con l’ albanese me la sarei fatta. The last fuck of my life. Poteva essere il titolo di un best seller. O di un film porno. Il lavoretto l’ ha fatto bene, questo studio dei piercing è davvero ben attrezzato, e poi ho notato la sua amorevole delicatezza nel mettermi i punti e nel disinfettarmi ben bene.<br />
Eppure continuo ad essere euforico.<br />
Mi sembra solo un colorato episodio di Grattachecca e Fichetto.<br />
Il portone si apre e rimbomba per il corridoio un marziale incedere di anfibi. Come scorgo le due treccine bionde, comprendo che Dorothy è tornata.<br />
-A posto, tesoro. Ho consegnato il dvd. Ne ho fatto una copia anche per te. So che sei un bel po’ vanitoso, magari ti farà piacere rivederti mentre ti privo una volta per tutte di quella misera virilità che hai gestito così male per tutta la tua stupida vita da porco egoista.<br />
-Anch’ io ti amo, Dorothy. Posso permettermi di chiederti chi è che si starà sollazzando con le riprese del mio piacevolissimo intervento?<br />
-I documentaristi. Non so chi siano, non so quanti siano né di dove siano. Sono in contatto con loro da un anno e mezzo. Mi pagano fior di euri per farsi fare dei dvd con le riprese in formato avi dei piercing che metto. Ogni singolo piercing. Ne hanno un archivio, dividono i soggetti per età. Un piercing in certi punti mi viene a fruttare dieci volte un banale piercing all’ ombelico, ovviamente.<br />
-Ovviamente. Altrettanto ovviamente il lavoretto che hai fatto a me te l’ avranno pagato fior di euri, se ho ben capito.<br />
-Così dovrebbe essere. Io lascio il dvd in qualche posto, uno di loro va a prenderlo poco dopo e entro ventiquattr’ore, se tutto è andato liscio, sul mio conto arriva l’ accredito. Domani gli porto quello che giriamo tra un po’. Ma non credere che ti stia usando per farmi la vacanza a Cuba. Sai quanti debiti abbiamo contratto io e mia madre per pagare tutte le degenze, le analisi, le medicine che speravamo potessero salvare mia sorella? E poi dobbiamo ancora saldare il conto delle pompe funebri, pagare il prete per la messa, l’ ufficio cimiteri per l’ affitto del loculo, infine il bollettino per le luci mortuarie. Devi pagare pure da morto, in questo sistema di merda. Tutto per arricchire quattro politici corrotti che predicano la castità e poi vanno a trans. Vuoi un altro po’ di keta?<br />
-No, grazie, tesoro. Magari tra un po’.<br />
-Come vuoi. Fammi dare un’ occhiata…si, qui sotto va tutto bene. A casa dovrai mettere il Gentalyn cinque volte al giorno e un’ innaffiata di Betadine H prima di andare a nanna. Du pasticche di Eritrocina al giorno per una settimana, per evitare drammatiche infezioni. Poi torna da me a farti vedere. Ora che ho finito il dovere, può iniziare il piacere. Oggi in studio non verrà nessuno. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo. Ho altri sette grammi di keta, quarantadue piercing diversi e una gran voglia di esercitarmi su di te. Ago sterilizzato come si deve, naturalmente: sono una professionista. Aspetta che accendo la videocamera. Ecco. Perfetto. Ti infilerò piercing dove nessuno ha mai osato infilarne. Ti farò diventare una star. Apparirai su tutte le riviste di body art accanto a Fakir Musafar e agli altri grandi. Poi, quando abbiamo finito, ti slegherò e te ne potrai andare.<br />
Keta o non keta, il terrore mi aveva raggiunto.<br />
-Dorothy, tesoro, mi fa piacere sapere che passeremo una piacevole serata assieme. Noto con una punta di stupore che non hai preso in considerazione la remotissima possibilità che, una volta libero, oltre che fare due ricamini sul tuo bel visetto d’ angelo biondo ti denuncerò e ti farò marcire in galera per il resto dei tuoi giorni.<br />
-Tesoro mio, sai di meritarti ampiamente tutto quello che ti ho fatto e che ti sto per fare. Hai ucciso una persona solo perché sei un porco. Non esiste abbastanza ketamina al mondo per farti sopravvivere a lungo al rimorso. Alice è morta per causa tua. Non ce l’ avresti mai fatta a sopportare il senso di colpa, se non dopo una efficace punizione che, in ogni caso, tu non avresti mai avuto il fegato di infliggerti da solo. Iniziamo. Rec. Ecco, per sicurezza alzo un po’ la musica.<br />
-La bianca luna che ci ha fatto sognar…<br />
Chissà, magari ha ragione lei.<br />
Purtroppo non ho il tempo di rifletterci a dovere perché, un’ istante dopo che finisce di parlare,<br />
la testa inizia finalmente a vorticarmi, e un provvidenziale svenimento<br />
mi concede un po’ di riposo<br />
da questo<br />
incubo.</p>
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		<title>NESSUNO LO SAPRA&#8217;</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:11:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ilvescovo]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[NESSUNO LO SAPRÀ. La vampa color zucca del lampione al sodio giù in strada illuminava una giovane donna che pareva proprio aspettare la mia corsa. A quest’ora di notte, da quella fermata non è mai salito nessuno ma, se è per questo, neanche mi sarei mai immaginato di guidare autobus, dopo quello che mi è [&#8230;]]]></description>
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<p style="text-align: justify;">NESSUNO LO SAPRÀ.</p>
<p style="text-align: justify;">La vampa color zucca del lampione al sodio giù in strada illuminava una giovane donna che pareva proprio aspettare la mia corsa.<br />
A quest’ora di notte, da quella fermata non è mai salito nessuno ma, se è per questo, neanche mi sarei mai immaginato di guidare autobus, dopo quello che mi è successo da ragazzino.<br />
Spesso è difficile da afferrare, il percome delle cose. Ve lo dico io.<br />
La tipa mi guardava, mentre saliva.<br />
Occhi senza occhiali, che rompono quello che vedono.<br />
Poi riparto, tra i sibili e i sospiri del traffico notturno.<br />
La ragazza andò a sedersi dritto sotto allo specchietto con dentro la mia faccia.<br />
Aveva i capelli di un biondo stanco, uno scompiglio di luce smorzata.<br />
Mi disse:<br />
&#8211; Ma quelle cifre che ti sei tatuato dietro al collo che sono?<br />
&#8211; Non si parla al conducente &#8211; risposi infastidito, tirandomi su il bavero di dietro della camicia.<br />
&#8211; Ok, sto zitta. Tanto l’importante è che mi porti a Piazza Le Laudi.<br />
Si tormentava la bocca con una mano chiara, lentigginosa.<br />
&#8211; Be’, veramente quest’autobus non ci passa, a Piazza Le Laudi… ti posso lasciare all’Agip, ma devi farti un pezzo a piedi.<br />
&#8211; Lo so benissimo che quest’autobus non ci passa, quello che ti chiedo è un favore. Una piccola deviazione. Siamo solo io e te. Nessuno lo saprà.<br />
Stavo per mandare la tipa a quel paese ma ero troppo stanco e mi ritrovai a dire:<br />
&#8211; Ok, ma solo se non sale nessun’altro.<br />
Il percome delle cose, un mistero peggiore dei cerchi nel grano.<br />
Mi sfrecciò davanti, arrogante, un furgone con uno pneumatico di scorta sul muso, sputandomi in faccia una suonata di clacson.<br />
Alla fermata successiva, capii che davvero quella sera tutti i pazzi avevano preso di mira il mio autobus.<br />
Salì una ragazza, indossava un pigiama da uomo e una maglietta rosa cervice, senza reggiseno. A piedi nudi.<br />
Si avvicinò, aveva occhi grandi e senza età, come la luna piena vista dalla finestra di un motel.<br />
&#8211; 1-3-0-5… cosa è successo nel 1305?<br />
&#8211; Non è una data. E comunque io non credo proprio che lei possa girare in autobus così conciata, la prego di scendere.<br />
Tutti lì a fare le loro ipotesi cretine! 1305 non è una data, è un orario, l’orario della corsa di un autobus. Quella in cui ho conosciuto il primo e unico amore della mia vita.<br />
Lo so che vi sfuggirà il percome della cosa, ma io per tornare a casa da scuola salivo sulla corsa delle 13.05 e c’era sempre una ragazza che io proprio me ne innamoravo ogni giorno di più. Non parlavamo neanche, lei si limitava a guardarmi negli occhi, come ad aspettare che mi si dilatassero le pupille, e poi mi regalava un sorriso come una ferita di luce. Tutti i giorni. Non è molto, ma io ora non sto bene, da quando Lea mi ha lasciato, e allora rifletto spesso sull’amore, e se penso all’amore mi torna in mente quella ragazzina, perché io proprio me ne ero innamorato di brutto. E dopo di lei mica lo so se è mai più successo.<br />
Eppure quella ragazza dell’autobus un bel giorno smise di prendere l’autobus.<br />
E io non la vidi mai più. Dissero che si era ammalata.<br />
Dissero che andò a curarsi fuori, così dissero.<br />
Ma non ce la fece.<br />
Morì che la febbre le era schizzata alle stelle arroventando pure il cielo, così mi dissero.<br />
&#8211; È che io stanotte non posso dormire a casa &#8211; mi rispose la tipa in pigiama, tirandomi giù dai miei pensieri – perché è successa una cosa brutta. Succedono molte cose brutte a casa mia. Mio padre non si comporta bene, ultimamente. Vorrei restare a dormire dentro quest’autobus, per favore. Poi domattina vado via, giuro.<br />
Frenai di botto.<br />
&#8211; Non se ne parla neanche! Mi spiace ma devi scendere. Su, torna a casa.<br />
La ragazza della “deviazione” balza in piedi.<br />
&#8211; Se ti lasciamo dormire nell’autobus, prometti che non dici a nessuno che ora facciamo una deviazione?<br />
La ragazza annuì, poi si girò verso di me e mi sorrise.<br />
Il suo sorriso era come una fioca luce dietro il ghiaccio.<br />
Rimisi in moto.<br />
Il percome delle scelte di una persona è qualcosa tipo gli ufo o i vampiri.<br />
Fermo al semaforo, la strada è tagliata da una coppia di innamorati che incedono stretti, avvinghiati, pallidi come bambole.<br />
Finché arriviamo in Piazza Le Laudi.<br />
La ragazza della deviazione si materializza accanto a me.<br />
Ci siamo.<br />
La commedia è finita.<br />
&#8211; Ecco la tua fermata – le dissi io, con la bocca piena di paura sporca &#8211; Credi che non ti abbia riconosciuta? Piuttosto dimmi una cosa. É così che saresti diventata se…<br />
&#8211; Se fossi vissuta ancora un po’? Sì, probabilmente ora sarei così.<br />
La disperazione mi leccava il cuore fredda e veloce.<br />
&#8211; Perché sei venuta?<br />
&#8211; Volevo vedere se le tue pupille si dilatavano ancora come un tempo.<br />
Silenzio. Poi le dissi.<br />
&#8211; Mi sei mancata. Tantissimo. Non ho mai smesso di amarti, davvero.<br />
&#8211; Lo so. Mi mancherai anche tu.<br />
E scese.<br />
E io piansi come una nazione intera.<br />
La ragazza con il pigiama si avvicinò e mi fece:<br />
&#8211; Scusa ma stavi parlando con me?<br />
&#8211; No. No… &#8211; le risposi, la mia voce era una spugna imbevuta di alcol e chiodi &#8211; è che in questo periodo non sto bene, non sto per niente bene. Posso chiederti un favore? Io&#8230; ti giuro che mi comporterò bene. Ti andrebbe di dormire da me? Mi metto sul divano, tu hai la stanza col letto puoi anche chiuderti dentro. Se non puoi dormire a casa tua, dormi con me, ti prego. Ho paura a restare da solo, stanotte. Ti prego.<br />
Lungo la strada immobile mi parve di scorgere l’ombra sfocata della prima luce mattutina, ma non era detto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>BRAINVISION FLASH POP-UP</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 08:07:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ilvescovo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggi un racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Brainvision Flash pop-up 1 Messaggio elettorale autogestito del Partito per l’Estinzione Volontaria della Razza Umana Caro elettore, gentile elettrice, la tua ora è giunta. Adesso, finalmente, il mondo funzionerà a dovere. Chi affama terzo e quarto mondo? Gli uomini. Chi devasta il nostro pianeta con le guerre? Altri uomini, probabilmente gli stessi. Qual è l’unica [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Brainvision Flash pop-up 1</p>
<p>Messaggio elettorale autogestito del Partito per l’Estinzione<br />
Volontaria della Razza Umana<br />
Caro elettore, gentile elettrice,<br />
la tua ora è giunta. Adesso, finalmente, il mondo funzionerà<br />
a dovere.<br />
Chi affama terzo e quarto mondo? Gli uomini. Chi devasta<br />
il nostro pianeta con le guerre? Altri uomini, probabilmente<br />
gli stessi. Qual è l’unica porzione dell’esistente che avrebbe<br />
mai dato fiducia al Console Miloni? Sempre quelle bestiacce.<br />
Perché prendersela quindi con astrazioni come la «sete di potere<br />
», accusare le ideologie o antropomorfizzare il male?<br />
Unisciti a noi, lottiamo insieme per un mondo veramente<br />
di pace e d’amore.<br />
Partito per l’Estinzione Volontaria della Razza Umana.<br />
L’uomo non ha difetti, l’uomo è il difetto!<br />
L’uomo è l’unica vera schifezza che Dio abbia mai creato!<br />
Liberiamocene.<br />
Partito per l’Estinzione Volontaria della Razza Umana<br />
L’altromondo è possibile!</p>
<p>I punti cardine del nostro programma di governo:<br />
L’ambiente.<br />
La salvaguardia della natura e del paesaggio è tra le nostre<br />
priorità assolute. Il suo principale nemico è l’uomo, parassita<br />
egoista che depone ovunque alberghi di sguazzoni e puzzolenti<br />
fabbriche. Stiamo sintetizzando speciali anticrittogamici<br />
che, spruzzati su queste devastanti cavallette invasate dal<br />
dio Denaro, le stermineranno in pochi istanti. I biechi riformisti<br />
che si annidano tra voi potranno obiettare che l’uomo<br />
fa parte egli stesso della natura. A tali individui gioverebbe<br />
ricordare che un totale di trentamilaquarantasei organismi<br />
animali e vegetali si sono estinte negli ultimi venticinque anni.<br />
In tutti i casi l’arma del delitto è stata l’attività dell’uomo.<br />
Attualmente, l’uomo fa parte della natura esattamente quanto<br />
una ruspa scorreggiona fa parte di un ecosistema.<br />
Il lavoro e l’economia.<br />
Il sistema capitalistico necessita per sopravvivere di ciechi<br />
compratori o di lavoratori sfruttabili. Tagliamo la testa al<br />
toro: non procreiamo più!<br />
Gli operai attuali saranno tutti morti per incidenti sul lavoro<br />
nell’arco di un decennio e gli infami padroni, senza più<br />
nessuno da sfruttare, creperanno di fame e di rabbia.<br />
L’immigrazione.<br />
La nostra lista è contraria all’immigrazione. Non certo a<br />
quella fra un paese e un altro, come sbraitano le forze conservatrici<br />
che hanno imposto la chiusura armata delle frontiere.<br />
Tracciare linee sul suolo e impedire alle persone di oltrepassarle<br />
è una delle vigliaccherie tipiche del genere umano. Le restrizioni<br />
all’immigrazione sono invece necessarie nei pochissimi<br />
angoli di natura rimasti ancora incontaminati, nei fragili<br />
ecosistemi ancora salvi dalle grinfie dell’uomo. «No men (or<br />
women) allowed». Vietato l’ingresso al genere umano.<br />
La droga.<br />
Noi siamo assolutamente contrari al neoproibizionismo<br />
introdotto dal Programma Simmetria; siamo per la legalizzazione<br />
di tutte le droghe ad eccezione di quelle leggere, che<br />
è giusto rimangano severamente vietate. La correttamente<br />
entropica eroina uccide senza vie di fuga chi ne fa uso e nel<br />
frattempo approssima all’impotenza, aiutando la nostra missione.<br />
Durante l’effetto del cosiddetto spinello, invece, la vita<br />
appare rosea come le chiappette di un neonato. L’euforia<br />
che si genera in quei momenti può infondere una gran voglia<br />
di intraprendere azioni che potrebbero portare a mettere al<br />
mondo altri esseri umani. Rischio da scongiurare senza “se”<br />
e senza “ma”.<br />
In ogni caso, la vita sulla terra è andata avanti milioni di<br />
anni senza la presenza dell’uomo, quindi il mondo può tranquillamente<br />
tornare a fare a meno di te!<br />
Vota e fai votare: Partito per l’Estinzione Volontaria della<br />
Razza Umana.<br />
E che l’ultimo spenga la luce!<br />
Per ulteriori informazioni: www.migliorvita.com</p>
<p>Brainvision Flash pop-up 2</p>
<p>Notiziario delle 20:30<br />
Cari utenti privati,<br />
un buongiorno dal vostro software Brainvision Flash: le<br />
ultime notizie direttamente nelle vostre sinapsi!<br />
Si è concluso alla mezzanotte di ieri il sesto e ultimo mese<br />
del periodo cuscinetto, predisposto dal Governo per lasciar<br />
adeguare i prezzi e far proseguire serenamente il decorso operatorio<br />
dell’impianto sottocutaneo Margaret di cui ogni cittadino<br />
e ogni cittadina, compiuta la maggiore età, ha dovuto<br />
dotarsi. Da oggi anche nella Federazione Oclocratica dell’Adriatico<br />
entra definitivamente in vigore come unica moneta<br />
corrente il bios.<br />
Ricordiamo ai gentili neurospettatori che la tessera credito-<br />
vita va inserita con la barra dei numeri rivolta a sinistra<br />
nella fessura dell’impianto sottocutaneo Margaret dietro l’orecchio<br />
sinistro. Ogni bios accreditato nella tessera ha un valore<br />
di ventiquattro ore di vita.<br />
Cento bios consentiranno altri tre mesi abbondanti di vita.<br />
Esaurito il credito-vita dei bios, se non se ne possiede altro,<br />
l’impianto Margaret inietterà nel cervelletto una democratica<br />
dose di clostridio che ne spegnerà definitivamente le<br />
funzioni.<br />
Per ulteriori informazioni: www.ministerofelicita.net.<br />
La maggioranza esulta: «Chi non produce non sarà più<br />
un peso per lo Stato. La disoccupazione crollerà allo 0% e la<br />
figura del disoccupato scomparirà insieme al disoccupato<br />
stesso. Sarà eliminato, quindi, il problema di mendicanti,<br />
perdigiorno e feccia varia senza dover più ricorrere ad antiestetiche<br />
repressioni poliziesche».<br />
Le opposizioni insorgono: «Uno stipendio medio consente<br />
di continuare a vivere a malapena fino alla fine del mese<br />
mentre i ricchi potranno accumulare bios per migliaia e<br />
migliaia di anni anche se non faranno mai in tempo a utilizzarli,<br />
visto che la durata media di una vita umana si attesta<br />
ancora sugli ottant’anni. Questo è capitalismo biologico!».<br />
Il portavoce del Governo: «Nessun allarmismo. Le antidemocratiche<br />
leggi di natura che obbligano il ceto imprenditoriale<br />
a una comune e illiberale mortalità saranno presto<br />
riformate».<br />
Fine della trasmissione. Lo staff di Brainvision vi augura<br />
una buona giornata.</p>
<p>Brainvision Flash pop-up 3</p>
<p>Consigli per gli acquisti<br />
Sono solo, triste e un po’ infreddolito. Appoggio lentamente<br />
la schiena sulla sabbia. Il mio sguardo si perde in quella<br />
strana tonalità tra il grigio e il celeste che colora l’aria in questo<br />
tardo pomeriggio. Il cielo è solcato dal rapido volo di un<br />
gabbiano, solitario come me. Mi metto a sedere. Le lunghe<br />
onde dell’Adriatico s’infrangono placide dopo aver sfavillato<br />
per un istante, forse due. Respiro piene boccate di iodio. È<br />
bello vivere in una città di mare, e l’Adriatico è il più romantico<br />
dei mari. Lei si tuffa di nuovo, riemerge splendente, mille<br />
gocce d’acqua le fanno brillare il seno. Mi fa cenno di andarle<br />
vicino, ma ormai è troppo tardi. I miei occhi sono fissi<br />
sull’ultima luce del giorno in definizione 1280×1024.<br />
Il mio sperma schizza fino alla linea di pixel dell’orizzonte.<br />
Mi ricompongo mentre dopo circa un minuto inizia a svanire<br />
l’effetto del collirio Virtual Eye ed esco soddisfatto dal<br />
bagno. Basta coi vecchi elmetti per la pornografia virtuale!<br />
Tre gocce del collirio Virtual Eye nel fornice oculare e avrai<br />
visioni interattive in 3D, tattili e in odorama più splendide e<br />
sensuali della tua vita. Senza le stratosferiche bollette dell’Enel.<br />
Collirio Virtual Eye, era bello vivere in una città di<br />
mare, era romantico l’Adriatico prima che fosse cementato,<br />
ma il progresso è tutta un’altra cosa. E costa solo 20 bios!<br />
Collirio Virtual Eye, disponibile nelle versioni xxx, romantic,<br />
business money-making e hooligan derby a seconda<br />
dei sogni che vorrai vivere.<br />
Collirio Virtual Eye: Sogni d’oro.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>NON SEI MORTO PER ME</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 11:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[ilvescovo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Leggi un racconto]]></category>

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		<description><![CDATA[Non sei morto per me.   Durante uno dei bombardamenti di Sarajevo, Huso si affretta a rifugiarsi in cantina. Nel cortile vede il suo vicino Juri dondolarsi su un’altalena e gli urla: – Juri! Qua ci rimani secco! Trovati un rifugio finché sei in tempo! – Cosa credi, non mi sto divertendo – risponde Ivan [&#8230;]]]></description>
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<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%; mso-outline-level: 1;"><b style="mso-bidi-font-weight: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif'; font-variant: small-caps;">Non sei morto per me.</span></b></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: .0001pt; margin-left: 304.8pt; line-height: normal; mso-outline-level: 1; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-size: 9.0pt; font-family: 'Garamond','serif'; mso-bidi-font-family: SimonciniGaramond; mso-fareast-language: IT;">Durante uno dei bombardamenti di Sarajevo, Huso si affretta a rifugiarsi in cantina. Nel cortile vede il suo vicino Juri dondolarsi su un’altalena e gli urla:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: .0001pt; margin-left: 304.8pt; line-height: normal; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-size: 9.0pt; font-family: 'Garamond','serif'; mso-bidi-font-family: SimonciniGaramond; mso-fareast-language: IT;">– Juri! Qua ci rimani secco! Trovati un rifugio</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: .0001pt; margin-left: 304.8pt; line-height: normal; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-size: 9.0pt; font-family: 'Garamond','serif'; mso-bidi-font-family: SimonciniGaramond; mso-fareast-language: IT;">finché sei in tempo!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: .0001pt; margin-left: 304.8pt; line-height: normal; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-size: 9.0pt; font-family: 'Garamond','serif'; mso-bidi-font-family: SimonciniGaramond; mso-fareast-language: IT;">– Cosa credi, non mi sto divertendo – risponde</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: .0001pt; margin-left: 304.8pt; line-height: normal; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><span style="font-size: 9.0pt; font-family: 'Garamond','serif'; mso-bidi-font-family: SimonciniGaramond; mso-fareast-language: IT;">Ivan – sto solo facendo diventar matto un cecchino serbo!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: .0001pt; margin-left: 304.8pt; line-height: normal; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9.0pt; font-family: 'Garamond','serif'; mso-bidi-font-family: SimonciniGaramond; mso-fareast-language: IT;"> </span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-top: 0cm; margin-right: 0cm; margin-bottom: .0001pt; margin-left: 304.8pt; line-height: normal; mso-layout-grid-align: none; text-autospace: none;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 9.0pt; font-family: 'Garamond','serif'; mso-bidi-font-family: SimonciniGaramond; mso-fareast-language: IT;">Barzelletta trasmessa su Kanal S nei giorni dell’assedio di Sarajevo</span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 9.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif'; mso-bidi-font-family: Arial;">Prova a ricordare com’era il tuo volto prima di nascere. Non ti è possibile, vero? Allo stesso modo, io non riesco a ricordare come fosse la mia vita prima dell’inizio di questa guerra. Perche da noi, in una forma o in un’altra, la guerra esiste da quando esiste la vita.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Così rifletto mentre osservo mio figlio Srecko che, dopo essersi legato i capelli con l’elastico nero che di solito utilizza come braccialetto, prepara una sigaretta per sé e una per Ivan. In casa abbiamo una gran quantità di tabacco, razziata i giorni successivi agli scontri che hanno distrutto la Marlboro in città. I miei figli se ne erano riempite le tasche, le mani e poi tutti gli zaini e le buste gialle e verdi dell’emporio. Però mancano le cartine, così Srecko rolla le sigarette con ritagli di giornale o con le pagine dei suoi vecchi libri di fisica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Non troverete su queste sigarette alcun severo monito sui rischi per la salute, ma potrete ripassare i principi dell’endotermica o conoscere la cifra approssimativa delle donne stuprate tra le macerie dello studentato nell’ultimo autunno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">C’è chi racconta che se le sigarette fossero mancate completamente la nostra città si sarebbe arresa già ai primi giorni di febbraio.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Victor non fumava, ma ha resistito fino alla fine.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">– Questi sono gli ultimi sei. Noi siamo quattro. Come li dividiamo, mamma?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">– Uno per te, uno per Liebe, due per Ivan e due per me.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Sul palmo della mano ho i proiettili toccati a me. Scelgo quale sparerò per ultimo. I miei figli sono intenti a sistemare le loro armi sul tavolaccio della cucina mentre io, lentamente, porto un proiettile alla bocca.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">L’ultimo sarai tu.</span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Questo proiettile sarà l’ultimo salmo intonato al maledetto corteo funebre che stiamo conducendo da quattro giorni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Bacio il proiettile e chiudo gli occhi. Sento la consueta partitura di rumori metallici che le nervose mani dei miei figli eseguono montando, smontando, pulendo e rimontando le loro armi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Mani delle mie mani.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Quelle mani che aprirono con forza il portone arrugginito di casa nostra il giorno che i quattro attori vennero a bussare a casa nostra, sotto schizzi di pioggia chimica. Sotto ai cappottacci buttati sulle spalle indossavano ancora gli abiti di scena neri e rossi. Erano scuri in volto. Una donna aspettava in piedi, distante, sulla strada bagnata. Il trucco lacrimato via svelava una lunga cicatrice che le attraversava due labbra rosse e sottili.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">I miei figli puliscono con un panno di feltro e del fil di ferro l’interno della canna delle loro armi a fondo e con una forza che è la mia forza. Quella forza che impiegai un giorno e una notte intera per cancellare la cupa striscia del sangue di Victor dal nostro cortile. Gli attori avevano obbedito alle sue ultime volontà:</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Riportatemi da mia moglie</span></i><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Le curve nere tracciate sulla pietra dal suo sangue rappreso erano ampie come i seni del fiume Miljacka.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">A due passi dal ponte che dominava quel fiume, Victor, senza alcuna divisa, aveva difeso il Teatro Nazionale. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Dal lunedì al venerdì, ogni sera, dopo il tramonto, una piccola compagnia di attori si ostinava a mettere in scena <i style="mso-bidi-font-style: normal;">La Morte e la Fanciulla</i>. Il sabato mattina gli attori sarebbero dovuti ripartire alla svelta, con quel po’ che avevano racimolato. Dovevano lasciare il palco pulito e in ordine perché il sabato il Teatro Nazionale ospita le esecuzioni pubbliche degli oppositori politici. La domenica, invece, è utilizzato per la proiezione collettiva della trasmissione Kanal S: un talk show all’occidentale condotto dal brillante Mlado Petric, fedelissimo del presidente Tudjman.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Ricordo una delle peggiori gaffe del brillante Petric: <i style="mso-bidi-font-style: normal;">le immagini mostrano i corpi di cinque nostri fratelli croati fatti a pezzi come cani. Domani la commissione per l’identificazione si metterà al lavoro.</i> Come faceva un giornalista a sapere che quelle vittime erano croate se l’identificazione sarebbe avvenuta il giorno seguente? </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Mira al giallo, mira al rosso, mira al giallo, mira al giallo&#8230; bang bang bang, brava!</span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Ricordo il petto nudo di Victor contro la mia schiena, e il suo braccio magro, scuro, innervato che mi guidava nel prendere la mira, dopo avermi illustrato con dolcezza come impugnare un Fn-Fal, l’inclinazione che doveva assumere il mio collo, i muscoli che potevo tenere rilassati e la gamba che, invece, andava inchiodata a terra.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Nel caso tu sia a casa con i ragazzi, quando io non ci sono, e arrivi brutta gente.</span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Sparavamo alla facciata anteriore di <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Disneyland</i>, come era soprannominata la vecchia casa di riposo per anziani dove nonno Dragan aveva trascorso i suoi ultimi giorni, un trionfo di kitsch totalitario dai chiassosi colori del socialismo reale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Mira al rosso, mira al giallo, mira al rosso, mira al giallo&#8230; bang bang bang, brava.</span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Nonno Dragan diceva che la rivoluzione era il parto cesareo di un mondo migliore.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Per ora io ho visto solo aborti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Mira al rosso, mira al giallo, bang bang bang!</span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';"> </span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Srecko continua a rollare sigarette. Il suo viso è liscio come il vetro, lustrato dal dolore, levigato e luccicante. Liebe lo aiuta ad appendere un suo quadro dipinto pochi giorni fa. La sua piccola personale alla galleria Sutjesca, vicino alla caserma, a metà dello scorso dicembre, hanno avuto un gran successo. Questo iniettato nella malinconia di mio figlio, finalmente, la luce di un po’ di fiducia in sé stesso e nella propria arte. Da allora, ogni giorno, Srecko passa almeno sei o sette ore a dipingere. Divora i cataloghi d’arte contemporanea, adora Warhol e Giger, frequenta un circolo di artisti anarcoidi. Non saprò mai se mio figlio Srecko sia un artista infettato dal buio fino alla radice, un sadico con talento d’artista o, semplicemente, un ragazzo disperato che combatte, come tutti noi, una guerra ormai solo personale. In ogni caso, la sua mostra fu un trionfo. La madre di Lena, invidiosa di tanto successo, ha detto che la gente è accorsa numerosa solo perché si era sparsa la voce che offrivamo tazze di tè caldo ai visitatori. Quel tè, effettivamente, è stato un piccolo ma piacevole evento, in un inverno interminabile, gelido e immobile, che non ci ha mai concesso il sollievo di un sorso di sole.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Tranne in un’occasione.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Mentre tutto moriva o sparava o entrambe le cose, nel Teatro Nazionale andava in scena, per cinque giorni di fila, <i style="mso-bidi-font-style: normal;">La Morte e la Fanciulla</i> che tratta dei desaparecidos. La bellezza dell’attrice dalle labbra sottili che interpretava il personaggio di Pauline aveva fatto chiudere un occhio alle autorità sulle possibili implicazioni di quelle denunce. E poi, in fondo, erano solo cinque giorni.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Victor difendeva il Teatro Nazionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Victor fu ucciso il quinto giorno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Era un pomeriggio totalmente di sole.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">L’ideale per un cecchino.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Victor voleva essere cremato, lo aveva ribadito tante volte. Noi lo abbiamo fatto cremare, gliel’avevamo promesso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Non voleva né pope né preti né mullah. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Non voleva medaglie, non ne avrebbe mai avute. Lui difendeva il Teatro Nazionale di Sarajevo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">I pirati lasciano che le proprie ceneri siano gettate in mare, noi abbiamo scelto per lui un diverso ultimo approdo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Siamo pronti per l’ultima battuta di caccia. La notte ha sempre lo stesso colore, sempre lo stesso <i style="mso-bidi-font-style: normal;">rosso Sarajevo</i>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Senza le luci elettriche, solo qualche soros sulle colline, fiamme e fuochi sparsi macchiano leggermente il cielo. A volte un razzo di segnalazione o un proiettile tracciante prende il posto delle lucciole per rischiarare due o tre attimi di tenebra.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Prende il posto delle lucciole che da piccoli ammiravamo nell’orto di nonno Dragan.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Ivan è l’unico dei miei figli che sa montare una pistola da zero, cambiarne il tamburo e migliorarne le prestazioni con vari trucchetti. Ha una grande passione sia per la meccanica che per l’elettronica. Pochi mesi dopo che gli avevano regalato il baracchino conobbe Nina, una ragazza di Zara dalla voce sempre sfrigolante per le interferenze dell’apparecchio con il quale la ascoltava. Per anni, ogni sera, si stringe la testa tra due grosse cuffie nere e e vive la sua stagione d’amore in onde medie. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Quando mi riportarono l’urna con le ceneri di Victor, erano in due: uno con la divisa verde scuro, il fucile a tracolla e un ciuffo di documenti in carta bollata che fuoriusciva spiegazzato dalla tasca; l’altro col cappello in mano, rasato, e con alcune cifre tatuate all’altezza delle tempie. Poggiai l’urna sul tavolo. Liscia, scura, piccola, asettica, muta.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Incredibile pensare che un’intera vita, una vita come quella di Victor, sia ridotta così.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';"><span style="mso-spacerun: yes;"> </span>Loro andarono via, io mi sedetti nella morbida luce del primo pomeriggio. Fissavo quell’urna come a volerla guardare negli occhi, con aria di sfida poggiando il mento sul tavolo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Liscia, scura, piccola, asettica, muta.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">I miei ragazzi erano in piedi agli angoli della stanza. Ivan tremava, io versai solo qualche lacrima.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Perché eri lì a morire davanti al Teatro Nazionale?</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">A notte inoltrata mi alzai dal tavolo. Il viso dei miei figli era spettralmente bagnato dalle scarne luci di fuori. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Prendemmo la decisione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">L’arma di mio marito era un Ak47. I proiettili di un Ak47 erano compatibili con i Rata semiautomatici di Srecko e Liebe e con la rivoltella Usta di Ivan.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Svitato con interminabile lentezza il coperchio dell’urna con le ceneri di Victor, i miei figli iniziarono ad aprire i bossoli, tenendoli fermi con le pinze e facendo dolcemente leva sull’incastro a metà con un piccolo coltello da campo. Dolcemente, affinché si potessero poi richiudere alla perfezione. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Imboccavo quei proiettili con lo stesso amore con il quale tanti anni prima avevo imboccato Ivan, il mio piccolo Pierrot appena nato, adagiato tra le mie braccia con i suoi liquidi occhioni azzurri, durante gli ultimi giorni di pace. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Imboccavo quei proiettili con lo stesso amore con il quale versavo lo zucchero nel buio del caffè mentre Victor mi cingeva il seno nudo, afferrandomi alle spalle nel pigro tepore del mattino. Amanti persi in una camera nella città vecchia di Split, dove si respirava la luce dell’Adriatico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Con lo stesso identico amore, versai con cura ogni singolo cucchiaino con le ceneri di Victor nei proiettili.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Ottenni diciannove proiettili.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Neanche un solo granello andò perso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Neanche un solo granello delle ceneri del’uomo che amo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Dell’uomo che ho deciso di amare oltre la morte. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Caricammo i fucili e le pistole. Il giovedì successivo scovammo tre serbi ubriachi davanti alla birreria di Verb e li facemmo secchi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">La tua morte, Victor, mieterà diciannove morti. Il tuo cadavere, Victor, scorrerà in diciannove cortei funebri. Diciannove proiettili gravidi dei tuoi resti voleranno a spezzare diciannove cuori. E niente più. La tua Annika ti ama.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">La tua famiglia ti ama.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Non mancheremo un colpo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Quel venerdì vidi un gruppo dei nostri partigiani assalire una camionetta di serbi, ucciderne qualcuno, farne prigionieri altri. Quello che sembrava dare ordini lo riconobbi, aveva delle cifre tatuate sulle tempie. Anche lui ci riconobbe e, dopo una lunga discussione, accettò di portare al campo cinque prigionieri di meno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Bang bang bang bang bang, bravi ragazzi, brava mamma, siamo a tredici.</span></i></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Sì, oggi siamo a tredici. Ci rimangono sei proiettili, fino ad ora non abbiamo mancato un colpo. Prima che sorga il sole, voglio che questo lungo, troppo lungo funerale, si concluda.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Il Teatro ha una facciata anteriore con un maestoso portone, colonne a spirale e un maestoso rosone qualche metro più in alto. I vetri colorati formano lo stemma della casata dei Kormavic, e gli conferiscono una solenne aria da chiesa gotico-romanica. All’interno, un parquet come una bocca cariata, e un salone ampio e gelido.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Le travi di legno del soffitto s’incrociano tra loro per poi perdersi nelle complesse volute che offrono un’acustica decente. Solo una decina di persone a serata, ma la rappresentazione de <i style="mso-bidi-font-style: normal;">La</i> <i style="mso-bidi-font-style: normal;">Morte e la Fanciulla</i> era proseguita fino al quinto giorno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Tu difendevi il Teatro Nazionale, Victor, ma il tuo posto era nel mio letto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Nonno Dragan diceva che le deviazioni nel percorso degli scarabei indichino un aumento nella violenza della natura. Se così fosse, stanotte Sarajevo dovrebbe essere ricoperta di scarabei impazziti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">La ruota della bicicletta continua a girare per qualche altro istante, mentre noi siamo immobili, con le orecchie tese.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Morto anche questo. Ora ce ne rimangono cinque.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Aveva un viso che pareva tutto raggrumato attorno al naso.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Nello stesso istante in cui ha incrociato il mio sguardo, Liebe gli aveva già centrato il collo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Attraversiamo il vecchio parcheggio, tempestato di lattine schiacciate.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Quei tre sono di spalle, stanno alzando infastiditi una saracinesca incastrata. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">É quasi l’alba.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Uno. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Due. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">E tre.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><i style="mso-bidi-font-style: normal;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Sì</span></i><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Srecko trema ma i bersagli sono facili. Dovrebbe fumare di meno, avrebbe i nervi più saldi. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Fissa come ipnotizzato la saracinesca schizzata di sangue e i piccoli brandelli di carne e capelli probabilmente. Non voglio pensare a quale ispirazione artistica lui stia traendo da questo orrore. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Un silenzio come se l’intera città stesse trattenendo il respiro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Tra due piccoli edifici, panni stesi come gabbiani.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Poi, una raffica di mitra, un lampo di sangue nell’aria e la mano di Srecko strappata dal polso, vola a terra come una colomba ferita a morte. Urlando, il soldato si precipita verso di noi continuando a sparare. Io lo centro immediatamente al viso, Liebe gli fa esplodere il petto in contemporanea. L’urlo gli muore in gola mentre con un tonfo precipita sulla breccia all’unisono con Srecko che rovina a terra con il volto lacerato da una muta smorfia di dolore.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Il suo corpo magro ossuto, i suoi capelli neri crollati sulla fronte.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">– Fa male, madre! Che cazzo mi hai fatto fare, madre! Io non voglio fare il macellaio! Io voglio essere il nuovo Basquiat. Guarda come cazzo sono ridotto adesso. Guardami, senza la mano! Che cazzo di futuro ci stai offrendo, madre? Questa è la tua vendetta personale noi non c’entriamo un cazzo!</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">La sua voce era come una spugna imbevuta di alcool e lacrime.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Liebe e Ivan si gettano su di lui per arrestare l’emorragia con un brandello di stoffa strappato da non so dove. Rimane solo il mio ultimo proiettile, ma le cose iniziano a mettersi male.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">La nostra eroica vendetta è ormai sporca di tragico e di ridicolo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">I miei figli mi strillano di correre via.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Dei vetri scricchiolano sotto i miei anfibi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Anche la mia gola, il mio stomaco… è come se fossero colmi di pezzi di vetro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">L’aria è tinta di polvere da sparo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">L’ultimo proiettile con le ceneri di Victor è nel mio fucile. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Victor, perché difendevi il Teatro Nazionale? Il tuo posto era nel mio letto.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Accenno a seguirli, poi lascio proseguire i miei figli oltre l’Elektropriveda, in direzione della nostra casa sulla collina.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Mi volto e mio dirigo verso il Teatro Nazionale.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Nell’aria si diffonde un buon odore di pane, i fornai sono tornati al lavoro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">È meglio che i miei figli non sappiano la verità.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">È meglio che ricordino il padre come un eroe.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Victor, tu difendevi il Teatro Nazionale ma il tuo posto era nel mio letto. Guarda come ci ha lasciati.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">È l’alba, non mi rimane che uccidere l’attrice.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">L’ultimo proiettile è per <i style="mso-bidi-font-style: normal;">lei</i>.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Se invece di difendere il Teatro Nazionale fossi rimasto nel mio letto, ora saresti vivo. Srecko avrebbe ancora la sua mano e io avrei insegnato ai nostri figli a leggere e scrivere invece che a sparare alle spalle.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Se tu fossi rimasto nel mio letto, ma l’amore per quella donna ti ha dato il coraggio di esporti al fuoco dei cecchini per cinque giorni d’inferno.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">So bene che non sei un eroe, so bene che non sei un martire del Teatro Nazionale, so bene che non sei morto per difendere arte e cultura.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">La tua era solo una sporca questione privata. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Così come la mia non è un’eroica vendetta ma solo un’altra sporca questione privata messa in scena sul palco di questa infinita tragedia il cui copione non prevede eroi.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Solo gente che muore o che spara. O entrambe le cose.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Io e te non abbiamo fatto nulla di eroico.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Solo questioni private.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">L’ultimo proiettile è per quella puttana.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Riposerai dentro di lei.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Riposerai nel suo grembo.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Nel mio letto non c’è più posto per te.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Addio, Victor.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: .0001pt; text-align: justify; text-indent: 14.2pt; line-height: 150%;"><span style="font-size: 12.0pt; line-height: 150%; font-family: 'Garamond','serif';">Addio.</span></p>
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